Il treno parte da Tolone con circa dieci minuti di ritardo. L'entroterra della Costa Azzurra conferma l'impressione che ne avevo avuto all'andata: uguale alla zona di Fondi, solo, più ordinata.
Il mio Laser è già sul suolo patrio: ho mandato un SMS al Coach Mascherato; mi ha risposto che sono a Genova, ma che non ha messo Andrea in punizione sul carrello perché pesa troppo e lo avrebbe sbilanciato.
Mia moglie, che appena mi metto al computer cerca di attrarre la mia attenzione, mi ha appena chiesto se sapevo che Irene Grandi si era sposata a Las Vegas. Io no, e voi?
Dovessi fare un bilancio di questa trasferta transalpina, direi che nel complesso è andata bene. Sì, d'accordo: ho fatto solo due regate su sette e sono sceso in acqua solo tre giorni su cinque, ma di cose ne ho imparate un bel po'. Certo: fra il sapere e il saper fare ce ne passa, quindi, per capire se e quanto sia migliorato, dovremo aspettare la prossima uscita al lago, ma ci sono comunque delle lezioni che non ho bisogno di verificare.
La sensazione che si prova planando con il vento forte, per esempio, o l'emozione di tagliare il traguardo prima del tuo avversario, indipendentemente dalla posizione in classifica che andrai a occupare.
Nelle regate di altura mi è capitato di arrivare primo o secondo (o entrambe le cose insieme), ma non mi sono mai divertito tanto come qui a Hyères, lottando con Denis per il penultimo posto in classifica.
Comunque, la cosa più importante che ho imparato qui in Francia è la sensazione che si prova quando gli altri sono in mare e tu no.
È una sensazione ingannevole: quando sei in banchina, restare a terra può sembrarti la cosa più sensata da fare.
"Ma sì, chi se ne frega," pensi. "Adesso mi cambio, mi faccio una doccia, poi vado al circolo a bermi una birra. Ci uscissero loro, co' 'sta bufera!.."
Ma quando poi sei al circolo, con la tua birra in mano e guardi in mare le vele degli altri andare su e giù sul campo di regata, capisci di aver sbagliato, che dovevi comunque provarci.
Anche se c'hai un'età.
Speriamo che l'aereo che ci deve riportare a casa da Nizza non precipiti: se finiscono in mare tutte le creme e le cremine della consorte, c'è il rischio di una catastrofe ecologica.
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martedì 6 aprile 2010
lunedì 5 aprile 2010
Deus ex banchina (seconda parte)
Insomma, si scopre che il biondo non è uno dei tanti disutili che vagano per il porticciolo di Hyères (giusto ieri il nostro eroe stava per falciare un'intera famigliola che deambulava lungo la banchina, incurante dei boma che si agitavano nel vento...) ma un (ex)laserista di nome Luke, che adesso regata sui Finn.
Il Velista Mascherato gli racconta quello che gli è successo poco prima e l'altro, con la sicurezza che deriva dall'esperienza, gli spiega che il problema è di nuovo il vang: se quando viri lo tieni cazzato (e il nostro eroe lo teneva MOLTO cazzato...), anche con la scotta mollata, la balumina resta tesa e fa sì che la barca tenda comunque a orzare.
"When you tack, you've got to loose vang", ripete Luke, senza spiegare però quante estremità prensili si suppone che abbia un laserista: se una mano impugna la barra del timone e l'altra regge la scotta, con COSA, si molla (e poi si cazza) il vang, durante una virata?
Comnuque, a parte questi piccoli dubbî, la sua spiegazione convince il Velista Mascherato che decide per ciò di riuscire in mare. Mette di nuovo in acqua il suo Laser, poi si avventura oltre il riparo offerto dagli yacht alla fonda. Da quello che può vedere, mentre si avvicina all'imboccatura del porto, l'intensità del vento non è aumentata rispetto alla sua prima uscita. Per sincerarsene, chiede informazioni a un Oceanis che sta andando all'ormeggio.
"Thirty knots," rispondono da bordo. "Maybe more."
Il Velista Mascherato, perplesso, guata le onde prodotte dal vento davanti all'imboccatura del porto.
"Quelli non sono trenta nodi," si dice. "'Sti francesi non sanno nemmeno leggere un anemometro. Giusto su un Oceanis, possono andare..."
Avvolto nella sua sicumera come in un caldo mantello, percorre i pochi metri che lo separano dall'acqua libera, poi è fuori.
"Macché trenta nodi!" pensa. "Questi saranno al massimo ventott..."
Un attimo dopo, è in acqua.
Raddrizza la barca e ci si getta sopra con la grazia di un leone di mare, poi si porta a debita distanza dall'antimurale. Quando non è né troppo vicino, né troppo lontano (non si sa mai...), orza, passando dal traverso alla bolina. Orza ancora, mettendo la barca al vento; lasca il vang, poi, cautamente, prova a fare marcia indietro e... FUNZIONA! Esaltato da questo primo risultato, decide di provare qualche bordo di bolina.
"On the puffs," gli ha detto Luke, "you've got to sheet out and hike hard".
Il Velista Mascherato ha qualche dubbio sullo spelling di quest'ultima frase, ma fa del suo meglio per tenere giù la barca. Facile, se sei alto un metro e ottanta e la cosa più larga del tuo corpo sono le spalle; un po' meno facile se, al contrario, devi rimboccarti i pantaloni della muta e la tua silhouette ricorda piuttosto un rombo che un triangolo. Ma ce la fa e, se non altro, la paura di scuffiare gli fa perdere per sempre la brutta abitudine di bloccare lo stick del timone sotto al sedere durante la virata. Dopo un po', però, i quadricipiti cominciano a fargli male, così poggia un po' e si concede un esaltante bordo al traverso, con la barca che plana su pochi centimetri quadri di scafo. "Fra un po' devo abbattere," pensa. "Ma se abbatto, sicuro che scuffio." In pochi secondi (si sta allontando troppo dal Mondo civilizzato) deve decidere se sia più nobile soffrire le frecce e gli strali dell'oltraggiosa strambata o se contro essi fare il paraculo e virare. Sceglie di abbattere e, sempre con cautela, comincia a poggiare e a lascare randa. La barca, ovviamente, accelera. "Adesso me la metto per cappello," preconizza il nostro eroe, mentre la vela comincia a non essere più tanto sicura che sia quello, il lato giusto su cui stare. Pronto al tuffo, il Velista Mascherato recupera scotta e continua a poggiare. Un attimo dopo... è sulle nuove mure. "Sono vivo!" pensa, mentre torna veloce verso il porto. Stordito dall'adrenalina, pensa a come aumentare la velocità: alza ancora un poco la deriva e si sporge in avanti per lascare il vang.
Un attimo dopo, è in acqua.
Con la scotta stretta nel pugno ("Non dovete MAI lasciare la scotta!" li ha ammoniti durante il briefing il Coach Mascherato) raddrizza per l'ennesima volta la barca e si issa a bordo, ma stavolta si concede qualche secondo per riprendere fiato. È stanco; soddisfatto, ma stanco, così, decide di rientrare. Sulla via del ritorno, quando è già dentro al porto, incontra l'americano che va ad allenarsi con il suo Finn. Al Velista Mascherato piacerebbe seguirlo, ma non potrebbe stargli dietro, quindi prosegue la sua rotta verso le rampe di alaggio.
Per questa volta, basta così.
Comnuque, a parte questi piccoli dubbî, la sua spiegazione convince il Velista Mascherato che decide per ciò di riuscire in mare. Mette di nuovo in acqua il suo Laser, poi si avventura oltre il riparo offerto dagli yacht alla fonda. Da quello che può vedere, mentre si avvicina all'imboccatura del porto, l'intensità del vento non è aumentata rispetto alla sua prima uscita. Per sincerarsene, chiede informazioni a un Oceanis che sta andando all'ormeggio.
"Thirty knots," rispondono da bordo. "Maybe more."
Il Velista Mascherato, perplesso, guata le onde prodotte dal vento davanti all'imboccatura del porto.
"Quelli non sono trenta nodi," si dice. "'Sti francesi non sanno nemmeno leggere un anemometro. Giusto su un Oceanis, possono andare..."
Avvolto nella sua sicumera come in un caldo mantello, percorre i pochi metri che lo separano dall'acqua libera, poi è fuori.
"Macché trenta nodi!" pensa. "Questi saranno al massimo ventott..."
Un attimo dopo, è in acqua.
Raddrizza la barca e ci si getta sopra con la grazia di un leone di mare, poi si porta a debita distanza dall'antimurale. Quando non è né troppo vicino, né troppo lontano (non si sa mai...), orza, passando dal traverso alla bolina. Orza ancora, mettendo la barca al vento; lasca il vang, poi, cautamente, prova a fare marcia indietro e... FUNZIONA! Esaltato da questo primo risultato, decide di provare qualche bordo di bolina.
"On the puffs," gli ha detto Luke, "you've got to sheet out and hike hard".
Il Velista Mascherato ha qualche dubbio sullo spelling di quest'ultima frase, ma fa del suo meglio per tenere giù la barca. Facile, se sei alto un metro e ottanta e la cosa più larga del tuo corpo sono le spalle; un po' meno facile se, al contrario, devi rimboccarti i pantaloni della muta e la tua silhouette ricorda piuttosto un rombo che un triangolo. Ma ce la fa e, se non altro, la paura di scuffiare gli fa perdere per sempre la brutta abitudine di bloccare lo stick del timone sotto al sedere durante la virata. Dopo un po', però, i quadricipiti cominciano a fargli male, così poggia un po' e si concede un esaltante bordo al traverso, con la barca che plana su pochi centimetri quadri di scafo. "Fra un po' devo abbattere," pensa. "Ma se abbatto, sicuro che scuffio." In pochi secondi (si sta allontando troppo dal Mondo civilizzato) deve decidere se sia più nobile soffrire le frecce e gli strali dell'oltraggiosa strambata o se contro essi fare il paraculo e virare. Sceglie di abbattere e, sempre con cautela, comincia a poggiare e a lascare randa. La barca, ovviamente, accelera. "Adesso me la metto per cappello," preconizza il nostro eroe, mentre la vela comincia a non essere più tanto sicura che sia quello, il lato giusto su cui stare. Pronto al tuffo, il Velista Mascherato recupera scotta e continua a poggiare. Un attimo dopo... è sulle nuove mure. "Sono vivo!" pensa, mentre torna veloce verso il porto. Stordito dall'adrenalina, pensa a come aumentare la velocità: alza ancora un poco la deriva e si sporge in avanti per lascare il vang.
Un attimo dopo, è in acqua.
Con la scotta stretta nel pugno ("Non dovete MAI lasciare la scotta!" li ha ammoniti durante il briefing il Coach Mascherato) raddrizza per l'ennesima volta la barca e si issa a bordo, ma stavolta si concede qualche secondo per riprendere fiato. È stanco; soddisfatto, ma stanco, così, decide di rientrare. Sulla via del ritorno, quando è già dentro al porto, incontra l'americano che va ad allenarsi con il suo Finn. Al Velista Mascherato piacerebbe seguirlo, ma non potrebbe stargli dietro, quindi prosegue la sua rotta verso le rampe di alaggio.
Per questa volta, basta così.
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Hyères,
Laser
Deus ex banchina (prima parte)
Il Velista Mascherato si alza di buon mattino e guarda fuori dalla finestra della sua camera: stupore! il vento è molto meno forte dei venticinque nodi previsti.
"Menomale," pensa il nostro eroe. "Almeno, mi faccio le ultime regate..."
Arrivato nel salone della colazione al terzo piano, però, le sue speranze si infrangono contro la dura realtà dei fatti: il mare è calmo solo in nella fascia ridossata sotto costa; più al largo, e in particolare nella zona di regata degli standard, si vedono chiaramente le creste bianche, rade e veloci, prodotte dal Mistral.
Sul pennone del Circolo velico è stata issata l'intelligenza: la partenza delle regate è rimandata a quando il vento si sarà calmato un po'. Il Velista Mascherato chiede a uno degli organizzatori se c'è la possibilità che la termica riduca gli effetti del Mistral; l'altro risponde di no: se mai, li amplifica. Il Velista Mascherato non capisce come possa prodursi una termica verso mare, con delle montagne alle spalle del golfo, ma prende per buona la previsione dei locali. "E se uscissi davanti al porto, per fare un po' di allenamento?" chiede al Coach Mascherato. "Non è il caso," risponde il Coach, fissando impassibile l'orizzonte. "Se scuffi e perdi la scotta, la barca la riprendono a Port-Cros...". Non specifica né dove né SE riprenderanno anche lui e il Velista Mascherato preferisce non indagare oltre. Deluso, scende nell'area riservata ai Radial e ai 4.7, ma, proprio in quel momento, uno sparo attira l'attenzione di tutti sul pennone del circolo velico, dal quale stanno ammainando i segnali di intelligenza: la regata si farà.
La popolazione velistica si riscuote dal suo torpore e si prepara alla gara; il Velista Mascherato, se non altro per non ripetere lo sbaglio del giorno prima, decide di andare comunque ad armare il suo Laser e di tenersi pronto a uscire in mare, nel caso il vento calasse un po'. In tanto sconforto, una sola soddisfazione: il laser azzurro del suo avversario diretto è a terra, ancora coperto dal telo: evidentemente, il pavido mammifero ritiene la situazione al di sopra delle sue possibilità. È un bene, perché anche il nostro eroe nutre il medesimo sentimento e sapere di non essere il solo, lo conforta.
Quando il Velista Mascherato arriva alla barca, il suo vicino, un simpatico francese, anche lui sopra la quarantina, è già pronto per uscire. "It's too windy for me," says il Velista Mascherato. "I'll sail the second regatta." "There's only one regatta, today..." risponde il brav'uomo, aggiungendo poi: "I think you better come out..." Il Velista Mascherato guarda i segnavento sugli alberi delle barche a vela ormeggiate lì davanti e decide di tentare il tutto per tutto. Mentre le ultime barche vengono messe in acqua, arma frenetico il suo Laser e, come ogni eroe mascherato che si rispetti, va a mettersi in costume.Quando torna, schiumante nella muta invernale sotto il sole del Meridione francese, gli altri sono già usciti tutti, l'unica vela ancora a terra, è la sua.
Sula rampa di alaggio deve esserci un sensore di prossimità collegato con il vento, perché ogni volta che si mette in acqua una barca, arriva una raffica che complica la vita al timoniere di turno. Malgrado ciò, pochi minuti dopo, il nostro eroe flotta gagliardo verso l'uscita del porto. La notte precedente, come un samurai prima di un duello, ha immaginato questo momento, cercando di prevedere ogni possibile evento e le adeguate contromisure, ma qualcosa non ha funzionato, perché il vento viene dalla parte opposta a quella che si aspettava lui. Sopravvive alla raffica prima dell'uscita del porto, sorpassa d'inerzia la zona ridossata dall'antimurale e di colpo è fuori, con la barca sbandata e il cuore che gli batte forte. Lasca randa, ma la barca resta sbandata. Mette fuori il suo culone, ma nemmento questo riesce a vincere la forza del vento. Orza, infine, ma proprio in quel momento una raffica lo porta prua al vento.
"Adesso ti faccio vedere io," pensa il Velista Mascherato. Spinge la randa controvento e mette il timone tutto a destra. Quando lo fa al lago, con la metà del vento che c'è ora, la barca retrocede con la poppa verso destra, permettendogli di riprendere la bolina, ma per qualche ragione, questa tecnica, in Francia, non funziona: la barca effettivamente va un po' indietro, ma appena la vela comincia a portare, orza e si rimette dirtta nel vento, come la banderuola di un comignolo. Perplesso, il nostro eroe tenta la manovra opposta (randa scontrata sulla destra, timone tutto a sinistra), ottenendo un effetto speculare. "Sto sbagliando qualcosa," pensa il Velista Mascherato e controlla che a bordo tutto sia in ordine: deriva tutta giù (OK); vang cazzato (OK); Cunningham cazzato (OK); base randa cazzata (OK). Sembrerebbe tutto a posto, ma allora dov'è il problema? Un momento di calma (relativa) gli permette di rimettere in moto la barca, ma la situazione è chiaramente molto più complicata di quanto si fosse aspettato. Come se non bastasse, il sortilegio di una strega malvagia ha trasformato la scotta della randa in un serpente che gli si avvolge alle caviglie e si impiglia in tutto ciò in cui riesce a impigliarsi. Quando arriva la raffica, il nostro eroe lasca la randa come da istruzioni ricevute, ma la barca è talmente sbandata sottovento che la vela si poggia in acqua regalandogli la prima scuffia della giornata. Con la forza della disperazione, il Velista Mascherato riesce, con un balzo felino (un felino ben nutrito) a non cascare in acqua: si mette in piedi sulla deriva e raddrizza il suo veliero. "Va bene, basta così," pensa il nostro eroe, e decide di tornare in porto. "Adesso poggio e..." Lasca randa, ma la barca non si decide a poggiare. A complicare le cose, la deriva dovuta al vento lo sta portando verso i blocchi di cemento dell'antimurale del porto; a complicare ulteriormente le cose, c'è una barca a vela che sta uscendo. Per fortuna l'hanno visto e stanno rallentando.
Il nostro eroe armeggia con scotta e timone e questo suo affannarsi è talmente patetico che il Dio Eolo ha compassione di lui e gli permette di rientrare in porto. Per arrivare alla rampa di alaggio deve bordeggiare controvento fra le raffiche che si insinuano fra gli yacht all'àncora, ma è il meno: pochi minuti dopo la barchetta gocciola tranquilla sul suo carrello e il Velista Mascherato può interrogarsi su ciò che gli è appena capitato. Nel frattempo, un tipo che sembra uscito dalla pubblicità della Coca-Cola (alto, biondo, bello), comincia a curiosare intorno al suo Laser...
FINE PRIMA PARTE
Sul pennone del Circolo velico è stata issata l'intelligenza: la partenza delle regate è rimandata a quando il vento si sarà calmato un po'. Il Velista Mascherato chiede a uno degli organizzatori se c'è la possibilità che la termica riduca gli effetti del Mistral; l'altro risponde di no: se mai, li amplifica. Il Velista Mascherato non capisce come possa prodursi una termica verso mare, con delle montagne alle spalle del golfo, ma prende per buona la previsione dei locali. "E se uscissi davanti al porto, per fare un po' di allenamento?" chiede al Coach Mascherato. "Non è il caso," risponde il Coach, fissando impassibile l'orizzonte. "Se scuffi e perdi la scotta, la barca la riprendono a Port-Cros...". Non specifica né dove né SE riprenderanno anche lui e il Velista Mascherato preferisce non indagare oltre. Deluso, scende nell'area riservata ai Radial e ai 4.7, ma, proprio in quel momento, uno sparo attira l'attenzione di tutti sul pennone del circolo velico, dal quale stanno ammainando i segnali di intelligenza: la regata si farà.
La popolazione velistica si riscuote dal suo torpore e si prepara alla gara; il Velista Mascherato, se non altro per non ripetere lo sbaglio del giorno prima, decide di andare comunque ad armare il suo Laser e di tenersi pronto a uscire in mare, nel caso il vento calasse un po'. In tanto sconforto, una sola soddisfazione: il laser azzurro del suo avversario diretto è a terra, ancora coperto dal telo: evidentemente, il pavido mammifero ritiene la situazione al di sopra delle sue possibilità. È un bene, perché anche il nostro eroe nutre il medesimo sentimento e sapere di non essere il solo, lo conforta.
Quando il Velista Mascherato arriva alla barca, il suo vicino, un simpatico francese, anche lui sopra la quarantina, è già pronto per uscire. "It's too windy for me," says il Velista Mascherato. "I'll sail the second regatta." "There's only one regatta, today..." risponde il brav'uomo, aggiungendo poi: "I think you better come out..." Il Velista Mascherato guarda i segnavento sugli alberi delle barche a vela ormeggiate lì davanti e decide di tentare il tutto per tutto. Mentre le ultime barche vengono messe in acqua, arma frenetico il suo Laser e, come ogni eroe mascherato che si rispetti, va a mettersi in costume.Quando torna, schiumante nella muta invernale sotto il sole del Meridione francese, gli altri sono già usciti tutti, l'unica vela ancora a terra, è la sua.
Sula rampa di alaggio deve esserci un sensore di prossimità collegato con il vento, perché ogni volta che si mette in acqua una barca, arriva una raffica che complica la vita al timoniere di turno. Malgrado ciò, pochi minuti dopo, il nostro eroe flotta gagliardo verso l'uscita del porto. La notte precedente, come un samurai prima di un duello, ha immaginato questo momento, cercando di prevedere ogni possibile evento e le adeguate contromisure, ma qualcosa non ha funzionato, perché il vento viene dalla parte opposta a quella che si aspettava lui. Sopravvive alla raffica prima dell'uscita del porto, sorpassa d'inerzia la zona ridossata dall'antimurale e di colpo è fuori, con la barca sbandata e il cuore che gli batte forte. Lasca randa, ma la barca resta sbandata. Mette fuori il suo culone, ma nemmento questo riesce a vincere la forza del vento. Orza, infine, ma proprio in quel momento una raffica lo porta prua al vento.
"Adesso ti faccio vedere io," pensa il Velista Mascherato. Spinge la randa controvento e mette il timone tutto a destra. Quando lo fa al lago, con la metà del vento che c'è ora, la barca retrocede con la poppa verso destra, permettendogli di riprendere la bolina, ma per qualche ragione, questa tecnica, in Francia, non funziona: la barca effettivamente va un po' indietro, ma appena la vela comincia a portare, orza e si rimette dirtta nel vento, come la banderuola di un comignolo. Perplesso, il nostro eroe tenta la manovra opposta (randa scontrata sulla destra, timone tutto a sinistra), ottenendo un effetto speculare. "Sto sbagliando qualcosa," pensa il Velista Mascherato e controlla che a bordo tutto sia in ordine: deriva tutta giù (OK); vang cazzato (OK); Cunningham cazzato (OK); base randa cazzata (OK). Sembrerebbe tutto a posto, ma allora dov'è il problema? Un momento di calma (relativa) gli permette di rimettere in moto la barca, ma la situazione è chiaramente molto più complicata di quanto si fosse aspettato. Come se non bastasse, il sortilegio di una strega malvagia ha trasformato la scotta della randa in un serpente che gli si avvolge alle caviglie e si impiglia in tutto ciò in cui riesce a impigliarsi. Quando arriva la raffica, il nostro eroe lasca la randa come da istruzioni ricevute, ma la barca è talmente sbandata sottovento che la vela si poggia in acqua regalandogli la prima scuffia della giornata. Con la forza della disperazione, il Velista Mascherato riesce, con un balzo felino (un felino ben nutrito) a non cascare in acqua: si mette in piedi sulla deriva e raddrizza il suo veliero. "Va bene, basta così," pensa il nostro eroe, e decide di tornare in porto. "Adesso poggio e..." Lasca randa, ma la barca non si decide a poggiare. A complicare le cose, la deriva dovuta al vento lo sta portando verso i blocchi di cemento dell'antimurale del porto; a complicare ulteriormente le cose, c'è una barca a vela che sta uscendo. Per fortuna l'hanno visto e stanno rallentando.
Il nostro eroe armeggia con scotta e timone e questo suo affannarsi è talmente patetico che il Dio Eolo ha compassione di lui e gli permette di rientrare in porto. Per arrivare alla rampa di alaggio deve bordeggiare controvento fra le raffiche che si insinuano fra gli yacht all'àncora, ma è il meno: pochi minuti dopo la barchetta gocciola tranquilla sul suo carrello e il Velista Mascherato può interrogarsi su ciò che gli è appena capitato. Nel frattempo, un tipo che sembra uscito dalla pubblicità della Coca-Cola (alto, biondo, bello), comincia a curiosare intorno al suo Laser...
FINE PRIMA PARTE
Categorie:
Europa Cup,
Hyères,
Laser
domenica 4 aprile 2010
A terra (in tutti i sensi...)
A parte il compleanno del suo amico Andrea, per il Velista Mascherato, il 4 aprile, c'è poco da festeggiare: il tempo è nuvoloso, il vento è tornato ai 20/25 nodi di venerdì e, quel che è peggio, lui non si sente molto bene.
Arma la barca, si veste, ma al momento di scendere in acqua, come Maccio Capatonda, pensa: "Ma anche no..." e rimane a terra. Mentre va a togliersi la muta, vede il suo diretto (e unico) inseguitore allontanarsi fra i barconi ormeggiati.
"Se ce la fai a uscire oggi," pensa sconsolato, ma sportivo, il nostro eroe "ti meriti di passarmi davanti."
Togliersi la muta e disarmare la barca però è un errore, perché, prima della seconda regata, il vento calerà drasticamente e se lui fosse potuto uscire in mare, avrebbe potuto prendere il via con gli altri. Sarà questo l'unico rimpianto di tutta la vacanza.
Visto che per oggi non c'è altro da dire riguardo la vela, ne approfitterò per raccontarvi qualcosa del luogo dove si svolgono le regate.
Se fosse un film, la Euro Cup di Hyères potrebbe intitolarsi: "Non è un paese per quarantenni". In albergo, quando il nostro eroe va a fare colazione la mattina, nella grande sala al terzo piano ci sono solo persone dai sessant'anni in su; il primo giorno ha contato tre stampelle e un deambulatore. Ogni volta che lo vedono arrivare, gli âgées si voltano verso di lui come i rettili giganti del trip da acido in "Paura e delirio a Las Vegas" e hanno l'aria di pensare: "Che ci fa qui, 'sto ragazzino?" Di contro, appena esce dall'albergo, l'età media precipita a vent'anni. Quando lo vedono arrivare al molo per armare la barca, i giovani velisti europei convenuti per l'evento hanno l'aria di pensare: "Che ci fa qui, 'sto vecchio?".
Se c'è una cosa che il Velista Mascherato ha imparato da questa esperienza, è che prima di iscriversi a una regata è meglio controllare che sia prevista la classe master. Se non c'è, meglio diffidare...
L'albergo in cui alloggiano il Velista Mascherato e la sua ancor più mascherata consorte si chiama: "Le plein sud". Visto da fuori non è male; dentro delude un po', ma è pulito e il personale (se si esclude l'àlgida barista) è gentile. C'è anche la piscina, ma il Velista Mascherato preferisce evitarla perché teme che i vecchietti ci abbiano buttato dei baccelloni spaziali che li fanno ringovanire. Spiegherebbe molte cose.
La colazione è ottima e abbondante (se vai a farla prima delle 8:00 AM) e si possono affittare delle biciclette per non farsi a piedi il chilometro che divide l'albergo dall'abitato. In stanza c'è il televisore, ma prende solo UN canale di ciascun Paese dell'Unione Europea; in compenso, la vista dal balconcino non è male.
C'è solo una cosa, del suo albergo, che il Velista Mascherato non riesce a sopportare. Prima di parlarne, però, devo fare una precisazione.
Il nostro eroe, nella sua squattrinata giovinezza, ha dormito in luoghi davvero strani: un dormitorio per camionisti in mezzo alla Turchia, il giardino di un Kibbuz in Israele, una casa d'appuntamenti in Corsica, la vetrina di un negozio a Zurigo... Insomma: da buon velista, magari è snob, ma non è schizzinoso. C'è solo una cosa, su cui non può transigere: il bidet; e quello, a "Le plein sud", non c'è.
E non solo manca il bidet, che in Francia te lo aspetti, ma, a complicare le cose, il naturale complemento del bidet (ciò che nei testi specializzati è definito: "il ceramico"), è collocato in un vano distinto e separato. Un vano talmente piccolo che, se il nostro eroe avesse un grado in più di presbiopìa, non riuscirebbe nemmeno a leggere durante l'exploit, perché le braccia gli sbatterebbero sulla porta.
Ora, mi domando e dico: i Francesi sono un popolo antico e civile che ha, da sempre, influenzato la storia, il costume e l'arte mondiali. Com'è possibile, dico io, che cotanto popolo non capisca l'esigenza di un lavacro, dopo l'espletamento di certune incombenze?
Hanno avuto Manet, hanno avuto Monet: PERCHÉ non hanno bidet?
Arma la barca, si veste, ma al momento di scendere in acqua, come Maccio Capatonda, pensa: "Ma anche no..." e rimane a terra. Mentre va a togliersi la muta, vede il suo diretto (e unico) inseguitore allontanarsi fra i barconi ormeggiati.
"Se ce la fai a uscire oggi," pensa sconsolato, ma sportivo, il nostro eroe "ti meriti di passarmi davanti."
Togliersi la muta e disarmare la barca però è un errore, perché, prima della seconda regata, il vento calerà drasticamente e se lui fosse potuto uscire in mare, avrebbe potuto prendere il via con gli altri. Sarà questo l'unico rimpianto di tutta la vacanza.
Visto che per oggi non c'è altro da dire riguardo la vela, ne approfitterò per raccontarvi qualcosa del luogo dove si svolgono le regate.
Se fosse un film, la Euro Cup di Hyères potrebbe intitolarsi: "Non è un paese per quarantenni". In albergo, quando il nostro eroe va a fare colazione la mattina, nella grande sala al terzo piano ci sono solo persone dai sessant'anni in su; il primo giorno ha contato tre stampelle e un deambulatore. Ogni volta che lo vedono arrivare, gli âgées si voltano verso di lui come i rettili giganti del trip da acido in "Paura e delirio a Las Vegas" e hanno l'aria di pensare: "Che ci fa qui, 'sto ragazzino?" Di contro, appena esce dall'albergo, l'età media precipita a vent'anni. Quando lo vedono arrivare al molo per armare la barca, i giovani velisti europei convenuti per l'evento hanno l'aria di pensare: "Che ci fa qui, 'sto vecchio?".
Se c'è una cosa che il Velista Mascherato ha imparato da questa esperienza, è che prima di iscriversi a una regata è meglio controllare che sia prevista la classe master. Se non c'è, meglio diffidare...
L'albergo in cui alloggiano il Velista Mascherato e la sua ancor più mascherata consorte si chiama: "Le plein sud". Visto da fuori non è male; dentro delude un po', ma è pulito e il personale (se si esclude l'àlgida barista) è gentile. C'è anche la piscina, ma il Velista Mascherato preferisce evitarla perché teme che i vecchietti ci abbiano buttato dei baccelloni spaziali che li fanno ringovanire. Spiegherebbe molte cose.
La colazione è ottima e abbondante (se vai a farla prima delle 8:00 AM) e si possono affittare delle biciclette per non farsi a piedi il chilometro che divide l'albergo dall'abitato. In stanza c'è il televisore, ma prende solo UN canale di ciascun Paese dell'Unione Europea; in compenso, la vista dal balconcino non è male.
C'è solo una cosa, del suo albergo, che il Velista Mascherato non riesce a sopportare. Prima di parlarne, però, devo fare una precisazione.
Il nostro eroe, nella sua squattrinata giovinezza, ha dormito in luoghi davvero strani: un dormitorio per camionisti in mezzo alla Turchia, il giardino di un Kibbuz in Israele, una casa d'appuntamenti in Corsica, la vetrina di un negozio a Zurigo... Insomma: da buon velista, magari è snob, ma non è schizzinoso. C'è solo una cosa, su cui non può transigere: il bidet; e quello, a "Le plein sud", non c'è.
E non solo manca il bidet, che in Francia te lo aspetti, ma, a complicare le cose, il naturale complemento del bidet (ciò che nei testi specializzati è definito: "il ceramico"), è collocato in un vano distinto e separato. Un vano talmente piccolo che, se il nostro eroe avesse un grado in più di presbiopìa, non riuscirebbe nemmeno a leggere durante l'exploit, perché le braccia gli sbatterebbero sulla porta.
Ora, mi domando e dico: i Francesi sono un popolo antico e civile che ha, da sempre, influenzato la storia, il costume e l'arte mondiali. Com'è possibile, dico io, che cotanto popolo non capisca l'esigenza di un lavacro, dopo l'espletamento di certune incombenze?
Hanno avuto Manet, hanno avuto Monet: PERCHÉ non hanno bidet?
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sabato 3 aprile 2010
Match-race!
Insomma, il problema pare sia il vang.
Il Velista Mascherato, che viene da tre anni di regate su barconi da quaranta piedi, pensava che, con vento forte, si dovesse lascare un po' il vang per far scaricare la balumina e, sotto raffica, orzare per non lascare la randa.
Non aveva pensato, però, che un Laser, contrariamente a un X46, è sprovvisto di paterazzo e ha una deriva che pesa molto meno di 4.500 chili. Stando così le cose, pare sia meglio cazzare quanto più possibile il vang per piegare l'albero verso poppa rendendo meno grassa la vela e, sotto raffica, mollare scotta piuttosto che orzare.
La barca, come che sia, deve restare il più piatta possibile.
Forte di questi nuovi insegnamenti, il nostro eroe scende in campo per la prima regata della sua vita di laserista. Il tempo è propizio: il vento non è né troppo né troppo poco e anche se c'è una fastidiosa onda corta, è la stessa situazione che ha affrontato durante tutto l'inverno al lago. Stavolta, ce la può fare. Il tragitto dal porticciolo al campo di regata "alfa" non è divertente come il giorno precedente (il vento è girato e, adesso, in vece che al lasco è in faccia), ma i lunghi bordi di bolina gli permettono di provare le nuove regolazioni prima della regata. Arrivato sulla linea di partenza, ligio agli insegnamenti ricevuti, controlla se ci sia un lato favorito e cerca di prendere dei punti a terra che gli permettano di capire se sta uscendo dalla linea o no. Appena sente lo sparo, si volta verso la barca comitato per vedere se hanno alzato il segnale preparatorio (se non è quello, qualcuno deve essersi suicidato...), ma la barca dei giudici è nascosta dietro una foresta di vele bianche. "OK: parto in boa," pensa il nostro eroe, e fa scattare il cronometro.
Quando manca un minuto al via, comincia a scendere cauto lungo la linea di partenza. Non ci sono molte barche, intorno a lui: la maggior parte dei regatanti sta facendo a sportellate sottovento alla barca comitato, così non deve preoccuparsi delle precedenze e del pericolo di "abbordi in mare". Parte bene, tutto sommato: al segnale di avvio è praticamente sulla linea, con un discreto spazio libero sopravvento. Davanti a lui, sottovento, c'è uno svedese e il nostro eroe cerca di stargli dietro. Ci riesce, ma solo in senso letterale: il finnico sta alle cingie molto meglio e molto più di lui e va decisamente più veloce. "See you when you're 40!" pensa il nostro eroe, citando Dido, e si prepara a virare. Quando è mure a sinistra, scopre, con suo grande stupore, di essere messo piuttosto bene rispetto al resto della flotta. Lo svedese è ancora davanti, ma la maggior parte degli altri Laser è dietro di loro e terribilmente a destra rispetto alla boa verde a cui stanno puntando. Lo svedese vira per sfruttare un salto di vento e il Velista Mascherato, per non saper né neggere, né scrivere, lo imita. "Devo calcolare bene la lay-line," pensa. "Non devo farmi prendere dalla fretta..." Al primo scarso, vira di nuovo, per raggiungere la lay-line di destra. La virata gli viene proprio bene e il nostro eroe si esalta. "Calma, adesso," pensa. "Pensa solo a timonare e non..." È a questo punto che si accorge: la boa a cui stava puntando NON È la boa di bolina, ma quella di lasco. La boa di bolina, quella vera, è circa un miglio più a destra. "Sono ultimo!" pensa il nostro eroe, guardando desolato la distesa di vele bianche fra sé e la boa. Per una volta, i fatti non lo smentiscono.
C'è di buono che è già sulla lay-line, e non deve fare altre virate; c'è di meno buono che è mure a sinistra, e, quando arriva in prossimità della boa, si trova la strada sbarrata dalle barche che scendono veloci al lasco, tutte con mure a dritta. Dopo un tempo che gli sembra infinito, finalmente si apre un varco e lui ne approfitta, ma la sua felicità è di breve durata: per andare in boa deve virare, ma è ancora troppo a sinistra. Dovrebbe salire ancora un po' al vento, ma non lo può fare perché deve dare la precedenza alle barche che salgono di bolina con mure a dritta. Quando finalmente la processione è passata, riesce a portarsi sulla lay-line di destra e a virare. È anche lui mure a dritta, ora, ma non c'è più nessuno su cui avere precedenza. Come se non bastasse, un nuovo problema si profila all'orizzonte: è la flotta dei 4.7, che regata sullo stesso campo degli standard. I cuccioli seguono un percorso leggermente diverso di quello dei grandi, ma la prima boa di bolina è in comune.
È a questo punto che il Velista Mascherato dimostra tutta la sua sportività: potrebbe fregarsene e tirare dritto, forte del fatto che ha la precedenza, ma, se facesse così, ostacolerebbe la gara di quelli che, evidentemente, si stanno giocando le prime posizioni. Ne vale la pena? Decide di no: lui, nella migliore delle ipotesi, potrebbe arrivare non-ultimo; mentre un ragazzino che ce la sta mettendo tutta potrebbe perdere l'occasione di arrivare primo. Così, paziente, lascia acqua e passa solo quando il gruppetto delle giovani promesse è sfilato via. Il Dio della vela, però, vede la sua buona azione e decide di ricompensarlo con un avversario degno della sua perizia: si chiama Denis ed è un francese di mezza età che sembra uscito da un film di Louis de Funes. Lui e il Velista Mascherato, da metà del primo bordo di poppa fino alla linea di arrivo, si sfidano in un match-race non dichiarato, ma combattutissimo perché, chi vince, non arriva ultimo. All'ultima boa, prima della breve bolina che porta al traguardo, sono appaiati: Denis sceglie il lato destro del campo di gara, il Velista Mascherato va a sinistra. Con un breve bordo mure a dritta si porta fuori dai rifiuti delle altre barche, poi vira e, mure a sinistra (ma conta poco, visto che non c'è nessun altro), punta dritto alla lay-line. Vira bene, ma troppo presto: se non virerà di nuovo, passerà sotto alla boa. Il nostro eroe è rabbioso, ma la vista dello scafo azzurro del povero Denis, decisamente sottovento, lo rimette di buonumore. Nella zona di arrivo trova i 4.7 che ha lasciato passare alla prima boa di bolina e, a meno di tre lunghezze dal traguardo, senza volerlo, taglia la strada a un ragazzino che sta arrivando mure a dritta. Dalle urla, capisce che il giovane è francese, così azzarda un: "Excuse-moi, je suis desolé..." Basterà questo, si chiede, o dovrà fare un 360 per espiare? Se tira dritto batte Denis, ma i giudici, che sono proprio lì a fianco, potrebbero penalizzarlo; di contro, se fa un 360, Denis passerà il traguardo prima di lui... Decide di tirare dritto, per tre ragioni:
a) lui e il ragazzino non sono in competizione diretta, perciò, una penalità non lo compenserebbe dell'eventuale danno subìto;
b) l'altra barca, per quello che ha visto lui, non ha dovuto modificare la sua rotta, quindi, anche se azzardata, la sua condotta potrebbe essere stata legittima;
c) meglio la possibilità di perdere che la certezza.
Tira dritto, quindi, e taglia vittorioso (su Denis) il traguardo, poi veleggia verso il gommone del suo allenatore.
Il Coach Mascherato lo guarda come guarderebbe un vecchio cane che ha riportato un bastone lanciato a pochi metri di distanza, ma riesce comunque a trovare delle parole di incitamento per il suo pupillo. Il Velista Mascherato percepisce la sua delusione, ma non se ne cura: d'accordo, è arrivato novantanovesimo su cento barche in gara, ma, nel complesso, è andata molto meglio di quanto si aspettasse.
Forte di questi nuovi insegnamenti, il nostro eroe scende in campo per la prima regata della sua vita di laserista. Il tempo è propizio: il vento non è né troppo né troppo poco e anche se c'è una fastidiosa onda corta, è la stessa situazione che ha affrontato durante tutto l'inverno al lago. Stavolta, ce la può fare. Il tragitto dal porticciolo al campo di regata "alfa" non è divertente come il giorno precedente (il vento è girato e, adesso, in vece che al lasco è in faccia), ma i lunghi bordi di bolina gli permettono di provare le nuove regolazioni prima della regata. Arrivato sulla linea di partenza, ligio agli insegnamenti ricevuti, controlla se ci sia un lato favorito e cerca di prendere dei punti a terra che gli permettano di capire se sta uscendo dalla linea o no. Appena sente lo sparo, si volta verso la barca comitato per vedere se hanno alzato il segnale preparatorio (se non è quello, qualcuno deve essersi suicidato...), ma la barca dei giudici è nascosta dietro una foresta di vele bianche. "OK: parto in boa," pensa il nostro eroe, e fa scattare il cronometro.
Quando manca un minuto al via, comincia a scendere cauto lungo la linea di partenza. Non ci sono molte barche, intorno a lui: la maggior parte dei regatanti sta facendo a sportellate sottovento alla barca comitato, così non deve preoccuparsi delle precedenze e del pericolo di "abbordi in mare". Parte bene, tutto sommato: al segnale di avvio è praticamente sulla linea, con un discreto spazio libero sopravvento. Davanti a lui, sottovento, c'è uno svedese e il nostro eroe cerca di stargli dietro. Ci riesce, ma solo in senso letterale: il finnico sta alle cingie molto meglio e molto più di lui e va decisamente più veloce. "See you when you're 40!" pensa il nostro eroe, citando Dido, e si prepara a virare. Quando è mure a sinistra, scopre, con suo grande stupore, di essere messo piuttosto bene rispetto al resto della flotta. Lo svedese è ancora davanti, ma la maggior parte degli altri Laser è dietro di loro e terribilmente a destra rispetto alla boa verde a cui stanno puntando. Lo svedese vira per sfruttare un salto di vento e il Velista Mascherato, per non saper né neggere, né scrivere, lo imita. "Devo calcolare bene la lay-line," pensa. "Non devo farmi prendere dalla fretta..." Al primo scarso, vira di nuovo, per raggiungere la lay-line di destra. La virata gli viene proprio bene e il nostro eroe si esalta. "Calma, adesso," pensa. "Pensa solo a timonare e non..." È a questo punto che si accorge: la boa a cui stava puntando NON È la boa di bolina, ma quella di lasco. La boa di bolina, quella vera, è circa un miglio più a destra. "Sono ultimo!" pensa il nostro eroe, guardando desolato la distesa di vele bianche fra sé e la boa. Per una volta, i fatti non lo smentiscono.
C'è di buono che è già sulla lay-line, e non deve fare altre virate; c'è di meno buono che è mure a sinistra, e, quando arriva in prossimità della boa, si trova la strada sbarrata dalle barche che scendono veloci al lasco, tutte con mure a dritta. Dopo un tempo che gli sembra infinito, finalmente si apre un varco e lui ne approfitta, ma la sua felicità è di breve durata: per andare in boa deve virare, ma è ancora troppo a sinistra. Dovrebbe salire ancora un po' al vento, ma non lo può fare perché deve dare la precedenza alle barche che salgono di bolina con mure a dritta. Quando finalmente la processione è passata, riesce a portarsi sulla lay-line di destra e a virare. È anche lui mure a dritta, ora, ma non c'è più nessuno su cui avere precedenza. Come se non bastasse, un nuovo problema si profila all'orizzonte: è la flotta dei 4.7, che regata sullo stesso campo degli standard. I cuccioli seguono un percorso leggermente diverso di quello dei grandi, ma la prima boa di bolina è in comune.
È a questo punto che il Velista Mascherato dimostra tutta la sua sportività: potrebbe fregarsene e tirare dritto, forte del fatto che ha la precedenza, ma, se facesse così, ostacolerebbe la gara di quelli che, evidentemente, si stanno giocando le prime posizioni. Ne vale la pena? Decide di no: lui, nella migliore delle ipotesi, potrebbe arrivare non-ultimo; mentre un ragazzino che ce la sta mettendo tutta potrebbe perdere l'occasione di arrivare primo. Così, paziente, lascia acqua e passa solo quando il gruppetto delle giovani promesse è sfilato via. Il Dio della vela, però, vede la sua buona azione e decide di ricompensarlo con un avversario degno della sua perizia: si chiama Denis ed è un francese di mezza età che sembra uscito da un film di Louis de Funes. Lui e il Velista Mascherato, da metà del primo bordo di poppa fino alla linea di arrivo, si sfidano in un match-race non dichiarato, ma combattutissimo perché, chi vince, non arriva ultimo. All'ultima boa, prima della breve bolina che porta al traguardo, sono appaiati: Denis sceglie il lato destro del campo di gara, il Velista Mascherato va a sinistra. Con un breve bordo mure a dritta si porta fuori dai rifiuti delle altre barche, poi vira e, mure a sinistra (ma conta poco, visto che non c'è nessun altro), punta dritto alla lay-line. Vira bene, ma troppo presto: se non virerà di nuovo, passerà sotto alla boa. Il nostro eroe è rabbioso, ma la vista dello scafo azzurro del povero Denis, decisamente sottovento, lo rimette di buonumore. Nella zona di arrivo trova i 4.7 che ha lasciato passare alla prima boa di bolina e, a meno di tre lunghezze dal traguardo, senza volerlo, taglia la strada a un ragazzino che sta arrivando mure a dritta. Dalle urla, capisce che il giovane è francese, così azzarda un: "Excuse-moi, je suis desolé..." Basterà questo, si chiede, o dovrà fare un 360 per espiare? Se tira dritto batte Denis, ma i giudici, che sono proprio lì a fianco, potrebbero penalizzarlo; di contro, se fa un 360, Denis passerà il traguardo prima di lui... Decide di tirare dritto, per tre ragioni:
a) lui e il ragazzino non sono in competizione diretta, perciò, una penalità non lo compenserebbe dell'eventuale danno subìto;
b) l'altra barca, per quello che ha visto lui, non ha dovuto modificare la sua rotta, quindi, anche se azzardata, la sua condotta potrebbe essere stata legittima;
c) meglio la possibilità di perdere che la certezza.
Tira dritto, quindi, e taglia vittorioso (su Denis) il traguardo, poi veleggia verso il gommone del suo allenatore.
Il Coach Mascherato lo guarda come guarderebbe un vecchio cane che ha riportato un bastone lanciato a pochi metri di distanza, ma riesce comunque a trovare delle parole di incitamento per il suo pupillo. Il Velista Mascherato percepisce la sua delusione, ma non se ne cura: d'accordo, è arrivato novantanovesimo su cento barche in gara, ma, nel complesso, è andata molto meglio di quanto si aspettasse.
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lunedì 29 marzo 2010
Le femminelle con il buco stretto
Proper course, un blog americano dedicato al Laser, ha come motto la frase: "Cheat the nursing home. Die on your LASER!". Io devo dire che l'ho preso in parola, iscrivendomi alla Europa Cup a Hyères, solo che, mentre Tillerman è un nonno di più di sessant'anni, io sono uno zio di nemmeno cinquanta e forse sarebbe il caso di non affrettare gli eventi.
Come che sia, pare proprio che dovrò andare a sciacquare la mia vela nuova nelle acque della Costa Azzurra: trovato l'albergo, risolto per il viaggio (aereo fino a Nizza, poi treno), fatta l'iscrizione all'Assolaser, l'assicurazione RC e acquistati dal sito di Ezio Fonda il CD con le regole di regata e il manuale illustrato delle regole di rotta. Domani mattina andrò a caricare sul carrello la barca, poi dovrò solo passare all'agenzia di viaggio a ritirare (e pagare) i biglietti.
In altre parole: addio.
Non sono assolutamente preparato a cinque giorni di competizione ad alto livello. Per la precisione, non sono preparato nemmeno a due ore di competizione a livello medio. L'unica che è in gran forma è la mia barca: ho comprato una vela nuova, uno stick in carbonio in sostituzione del viscido tubicino di alluminio che avevo prima e soprattutto, seguendo il suggerimento del mio allenatore, ho cambiato le femminelle del timone. Ieri abbiamo fatto un'uscita di prova con un amico e la barca sembrava un'altra: la stessa sensazione piacevole che provo dopo aver cambiato le gomme alla moto.
Sabato pomeriggio ho anche attaccato il numero velico alla randa, ma al negozio si erano scordati di darmi la "A" di "ITA", perciò, per il momento, ho la barca che ricorda indifferentemente un film di Steven King o il cugino della famiglia Addams. Del tutto in linea con le mie doti di timoniere, quindi.
Ho ancora dei grossi problemi a capire come debba essere regolata la randa al lasco, ma se non altro ho stabilito che il vang è meglio allentarlo un po': la superficie complessiva si riduce un tantino, ma la forma della vela mi piace molto di più e, soprattutto, sembra piacere di più anche alla barca. Di poppa le cose vanno un po' meglio: cerco di utilizzare il timone il meno possibile; ho trovato una posizione abbastanza comoda per i lunghi bordi in strapoggia e, lentamente, sto cominciando a capire il rapporto fra la direzione del vento e la posizione della randa. Nel frattempo, uno psicanalista junghiano mi sta aiutando a superare il terrore delle strambate: se tutto va bene, fra una decina d'anni dovrei riuscire a superarlo. Di bolina, il problema è il fisico. Ha ragione Alessandro, quando dice: "Tieni la barca piatta! Anche quando c'hai il culo in acqua, la barca non è ancora piatta...", il problema è riuscirci; o, almeno, riuscirci per più di qualche minuto.
Insomma, la mia ultima speranza, se voglio evitare la morte per sfinimento a Hyères, è la Regola 42: appena entra Maestrale o appena mi sento stanco, comincio a pompare e/o a schienare, così mi squalificano e io me ne posso tornare in albergo.
Á la guerre comme à la guerre...
Come che sia, pare proprio che dovrò andare a sciacquare la mia vela nuova nelle acque della Costa Azzurra: trovato l'albergo, risolto per il viaggio (aereo fino a Nizza, poi treno), fatta l'iscrizione all'Assolaser, l'assicurazione RC e acquistati dal sito di Ezio Fonda il CD con le regole di regata e il manuale illustrato delle regole di rotta. Domani mattina andrò a caricare sul carrello la barca, poi dovrò solo passare all'agenzia di viaggio a ritirare (e pagare) i biglietti.
In altre parole: addio.
Non sono assolutamente preparato a cinque giorni di competizione ad alto livello. Per la precisione, non sono preparato nemmeno a due ore di competizione a livello medio. L'unica che è in gran forma è la mia barca: ho comprato una vela nuova, uno stick in carbonio in sostituzione del viscido tubicino di alluminio che avevo prima e soprattutto, seguendo il suggerimento del mio allenatore, ho cambiato le femminelle del timone. Ieri abbiamo fatto un'uscita di prova con un amico e la barca sembrava un'altra: la stessa sensazione piacevole che provo dopo aver cambiato le gomme alla moto.
Sabato pomeriggio ho anche attaccato il numero velico alla randa, ma al negozio si erano scordati di darmi la "A" di "ITA", perciò, per il momento, ho la barca che ricorda indifferentemente un film di Steven King o il cugino della famiglia Addams. Del tutto in linea con le mie doti di timoniere, quindi.
Ho ancora dei grossi problemi a capire come debba essere regolata la randa al lasco, ma se non altro ho stabilito che il vang è meglio allentarlo un po': la superficie complessiva si riduce un tantino, ma la forma della vela mi piace molto di più e, soprattutto, sembra piacere di più anche alla barca. Di poppa le cose vanno un po' meglio: cerco di utilizzare il timone il meno possibile; ho trovato una posizione abbastanza comoda per i lunghi bordi in strapoggia e, lentamente, sto cominciando a capire il rapporto fra la direzione del vento e la posizione della randa. Nel frattempo, uno psicanalista junghiano mi sta aiutando a superare il terrore delle strambate: se tutto va bene, fra una decina d'anni dovrei riuscire a superarlo. Di bolina, il problema è il fisico. Ha ragione Alessandro, quando dice: "Tieni la barca piatta! Anche quando c'hai il culo in acqua, la barca non è ancora piatta...", il problema è riuscirci; o, almeno, riuscirci per più di qualche minuto.
Insomma, la mia ultima speranza, se voglio evitare la morte per sfinimento a Hyères, è la Regola 42: appena entra Maestrale o appena mi sento stanco, comincio a pompare e/o a schienare, così mi squalificano e io me ne posso tornare in albergo.
Á la guerre comme à la guerre...
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sabato 20 marzo 2010
Hyeres, oggi e domani
Ho pensato bene di iscrivermi alla Europa Cup di Hyères, nella settimana di Pasqua: se proprio devo arrivare ultimo in una competizione, tanto vale arrivare ultimo in una competizione importante. Inoltre, Hyères è lontana, complicata da raggiungere e francofona: quando diranno "dernièr" potrò far finta di non capire.
Ho comprato una vela nuova, dando indietro la Radial che avevo acquistato controvoglia, ho controllato la mia iscrizione all'Assolaser e ho detto a mia moglie che per Pasqua la porto in Costa Azzurra.
Devo solo trovare un posto in albergo, poi ho fatto tutto.
Oggi pomeriggio ci sarà un allenamento straordinario (non in senso qualitativo, ma quantitativo): con l'aiuto di sensori GPS valuteremo le velocità su un tracciato con rotte predefinite; domani, poi, ci sarà lezione come al solito.
Sono molto motivato.
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