Il Velista Mascherato è stato invitato al Salone della Nautica di Genova, per assistere alla "prima" del filmato realizzato a settembre nelle acque dell'isola di Ponza.
Vittima di un banale malinteso (aveva capito: "Salone della natica"), il nostro eroe si è alzato all'alba delle 4:45, ha preso un treno per zombie e solo quando ormai era arrivato a La Spezia, ha capito che ciò che stava andando a vedere erano barche, e non culi di femmina.
Affinché nessuno debba cadere mai più nel suo medesimo errore, ha deciso che il prossimo anno organizzerà un Salone della Natica in concomitanza con quello di Genova.
Come collocazione, ha pensato a Chiavari, ma anche a Rapallo, non sarebbe male..
sabato 8 ottobre 2011
sabato 17 settembre 2011
Chicken SUP
"SUP" sta per "Stand Up Paddling", che in Italiano si traduce con: "Tavola da surf dotata di pagaja".
Secondo Stefano, un vecchio amico del Velista Mascherato, sono un'alternativa vincente ai tender o alle canoe gonfiabili che spesso si vedono sulle barche a vela o a motore: ci si può andare a terra a fare la spesa, ci si possono fare delle escursioni lungo la costa e, se c'è onda, le si può usare come un surf.
Per dimostrare queste sue affermazioni (che i maligni potrebbero accogliere con un certo grado di diffidenza dacché il brav'uomo, i SUP, li vende), ha deciso di andare a Ponza con una barca a vela per fare dei filmati pubblicitari.
Il comando dell'imbarcazione è stato affidato a Luigi, méntore velistico del nostro eroe e amico comune; il Velista Mascherato si è unito al gruppo in qualità di primo ufficiale, ricostituendo, dopo dieci anni, una compagnia nata quando tutti e tre passavano le estati sull'isola di Ventotene.
Durante una pausa nella lavorazione, mentre i tre amigos si godevano un meritato riposo sulla barca ormeggiata, Corinna, l'inarrestabile ragazza di Stefano, ha preso una tavola ed è andata a fare un giro sotto costa, seguita (sempre su SUP) dal fotografo della missione. Mentre flottava sicura fra le altre barche alla fonda, la graziosa fanciulla, è stata fermata da un tipo su un motoscafo.
"Vi ho riconosciuto dalla Ferrarelle," ha esordito il motonauta, riferendosi al fatto che, la sera prima, Stefano e Corinna erano andati a fare la spesa con i SUP, sui cui avevano caricato, fra le altre cose, anche una cassetta di acqua minerale; poi, incautamente, le ha chiesto di provare la tavola..
Durante una pausa nella lavorazione, mentre i tre amigos si godevano un meritato riposo sulla barca ormeggiata, Corinna, l'inarrestabile ragazza di Stefano, ha preso una tavola ed è andata a fare un giro sotto costa, seguita (sempre su SUP) dal fotografo della missione. Mentre flottava sicura fra le altre barche alla fonda, la graziosa fanciulla, è stata fermata da un tipo su un motoscafo.
"Vi ho riconosciuto dalla Ferrarelle," ha esordito il motonauta, riferendosi al fatto che, la sera prima, Stefano e Corinna erano andati a fare la spesa con i SUP, sui cui avevano caricato, fra le altre cose, anche una cassetta di acqua minerale; poi, incautamente, le ha chiesto di provare la tavola..
venerdì 16 settembre 2011
In diretta
Il Velista Mascherato è a Ponza, su un vergognoso Bavaria 39 C, laddove "C" sta per "Cesso".
Barca utilizzata per charter e locazioni, è dotata di attrezzature di bordo fatiscenti, ma in compenso, è lercia.
Tutto l'armo è caratterizzato da un dimensionamento errato, in più o in meno: le cime di ormeggio o sono lise o sono troppo grosse; il pozzetto è grande come quello di un 46', ma è occupato per metà da un monolite in vetroresina che comprende una chiesuola grande come una cattedrale e un tavolino che basta appena per la prima colazione; l'albero è castrato, ma con sartie e lande sottratte a uno Swan 60; il bozzello della randa si regge su un grillo che sarebbe infido anche per un J24, mentre il vang potrebbe trattenere anche uno Shuttle; il motore ha un regime di crociera di 3000 giri, ma non ne fa più di 2500; in compenso, la lancetta del contagiri non scende sotto gli 800 giri anche a motore spento..
Come se non bastasse, una forza misteriosa impedisce alle borose dei terzaroli di scorrere anche con gli stopper aperti, la luce della bussola non si accende (problema non da poco, se si viaggia di notte come dobbiamo fare noi), le leve degli stopper si piegano, i winch sono quelli della barca a vela di Barbie, per trovare il folle c'è bisogno di una guida indigena e l'elica del log è bloccata.
In compenso, la compagnia è ottima e ci stiamo divertendo molto.
Barca utilizzata per charter e locazioni, è dotata di attrezzature di bordo fatiscenti, ma in compenso, è lercia.
Tutto l'armo è caratterizzato da un dimensionamento errato, in più o in meno: le cime di ormeggio o sono lise o sono troppo grosse; il pozzetto è grande come quello di un 46', ma è occupato per metà da un monolite in vetroresina che comprende una chiesuola grande come una cattedrale e un tavolino che basta appena per la prima colazione; l'albero è castrato, ma con sartie e lande sottratte a uno Swan 60; il bozzello della randa si regge su un grillo che sarebbe infido anche per un J24, mentre il vang potrebbe trattenere anche uno Shuttle; il motore ha un regime di crociera di 3000 giri, ma non ne fa più di 2500; in compenso, la lancetta del contagiri non scende sotto gli 800 giri anche a motore spento..
Come se non bastasse, una forza misteriosa impedisce alle borose dei terzaroli di scorrere anche con gli stopper aperti, la luce della bussola non si accende (problema non da poco, se si viaggia di notte come dobbiamo fare noi), le leve degli stopper si piegano, i winch sono quelli della barca a vela di Barbie, per trovare il folle c'è bisogno di una guida indigena e l'elica del log è bloccata.
In compenso, la compagnia è ottima e ci stiamo divertendo molto.
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Vacanze 2011
lunedì 5 settembre 2011
Uno
Quest'oggi, mentre le Borse crollavano e anche gli ultimi vacanzieri tornavano al loro posto di lavoro, il Velista Mascherato ha passato la giornata in barca, allietato da un simpatico venticello da Nord Ovest.
Sarebbe voluto partire, il brav'uomo, ma dopo un attento esame dei principali siti metereologici, ha preferito rinunciare: per i prossimi giorni sono previste massicce dosi di Maestrale che non gli sembrano il presupposto migliore per la sua prima navigazione in solitario..
Dato però che la situazione a Ostia era tutto sommato tranquilla e che, comunque, si era preso dei giorni di vacanza, il nostro eroe ha voluto comunque provare a uscire da solo, come i veri lupi di mare.
È stata una decisione presa con un misto di trepidazione e di timore. Trepidazione, perché era un passo importante, che andava certamente fatto; timore, perché, navigando in solitario, oltre a dover fare tutto da solo, se cadi in mare non c'è nessuno che ti possa recuperare. Visto però che questa è la stessa condizione in cui si trova quando naviga in compagnia di sua moglie, il Velista Mascherato ha pensato che, in fondo, l'unica vera novità sarebbero stati i lunghi periodi di silenzio, così, fatta qualche provvista (due bottiglie di birra e una stozza di pizza con porchetta), ha messo in moto il motore e ha mollato gli ormeggi.
Un attimo dopo, ha rimesso a posto gli ormeggi, perché ha capito che, così, sarebbe finito sulla barca ormeggiata dietro di lui.
Fatte alcune prove (vediamo cosa succede se mollo qui... no, meglio mollare prima lì..) e percorsi circa sedici chilometri avanti e indietro sulla banchina e sulla coperta della barca, il Velista Mascherato ha finalmente capito in che ordine andassero mollati i suddetti ormeggi: prima i traversini, poi le due cime di poppa, infine la doppia cima a prua. Mollata prua, però, la barca, spinta dal vento, avrebbe cominciato a scostarsi dalla banchina e lui sarebbe dovuto correre al timone per dare motore ed evitare spiacevoli inconvenienti.
"Ce la posso fare," ha pensato il nostro eroe. "In fondo, sono solo pochi metri..."
Era vero, ma era anche un modo ottimistico di vedere la cosa, perché, nei "pochi metri" che separano la bitta di prua dal timone, ci sono: le sartie, la rotaja del genoa, la rotaja della trinchetta, lo scalino del pozzetto, la chiesuola della bussola e, ovviamente, la ruota del timone. Le probabilità di inciampare, specie se ci si muove di fretta, sono altissime per chiunque non sia dotato di un'innata agilità felina.
Per fortuna, però, l'innata agilità felina, in questi casi, può essere rimpiazzata dal fatto di aver sottoscritto una polizza kasko con una franchigia di 1.200 € e in virtù di ciò, il nostro eroe, pochi secondi dopo aver mollato le cime di prua, era sano e salvo dietro alla ruota del timone, che cercava di non sbattere la fiancata sulle assi della banchina.
Una volta in mare, lontano da banchine, antimurali e oggetti resilienti in genere, il Velista Mascherato ha cominciato finalmente a rilassarsi e ha potuto dedicarsi a due operazioni fondamentali: la prima è stata di togliere di mezzo i parabordi, che per prudenza aveva solo tirato a bordo, lasciandoli legati alla battagliola, in modo che fossero pronti all'uso in caso di necessità; la seconda è stata di armare le scotte del genoa.
Avrebbe dovuto farlo a terra, ma, nella concitazione della partenza, se n'era dimenticato.
Sarebbe voluto partire, il brav'uomo, ma dopo un attento esame dei principali siti metereologici, ha preferito rinunciare: per i prossimi giorni sono previste massicce dosi di Maestrale che non gli sembrano il presupposto migliore per la sua prima navigazione in solitario..
Dato però che la situazione a Ostia era tutto sommato tranquilla e che, comunque, si era preso dei giorni di vacanza, il nostro eroe ha voluto comunque provare a uscire da solo, come i veri lupi di mare.
È stata una decisione presa con un misto di trepidazione e di timore. Trepidazione, perché era un passo importante, che andava certamente fatto; timore, perché, navigando in solitario, oltre a dover fare tutto da solo, se cadi in mare non c'è nessuno che ti possa recuperare. Visto però che questa è la stessa condizione in cui si trova quando naviga in compagnia di sua moglie, il Velista Mascherato ha pensato che, in fondo, l'unica vera novità sarebbero stati i lunghi periodi di silenzio, così, fatta qualche provvista (due bottiglie di birra e una stozza di pizza con porchetta), ha messo in moto il motore e ha mollato gli ormeggi.
Un attimo dopo, ha rimesso a posto gli ormeggi, perché ha capito che, così, sarebbe finito sulla barca ormeggiata dietro di lui.
Fatte alcune prove (vediamo cosa succede se mollo qui... no, meglio mollare prima lì..) e percorsi circa sedici chilometri avanti e indietro sulla banchina e sulla coperta della barca, il Velista Mascherato ha finalmente capito in che ordine andassero mollati i suddetti ormeggi: prima i traversini, poi le due cime di poppa, infine la doppia cima a prua. Mollata prua, però, la barca, spinta dal vento, avrebbe cominciato a scostarsi dalla banchina e lui sarebbe dovuto correre al timone per dare motore ed evitare spiacevoli inconvenienti.
"Ce la posso fare," ha pensato il nostro eroe. "In fondo, sono solo pochi metri..."
Era vero, ma era anche un modo ottimistico di vedere la cosa, perché, nei "pochi metri" che separano la bitta di prua dal timone, ci sono: le sartie, la rotaja del genoa, la rotaja della trinchetta, lo scalino del pozzetto, la chiesuola della bussola e, ovviamente, la ruota del timone. Le probabilità di inciampare, specie se ci si muove di fretta, sono altissime per chiunque non sia dotato di un'innata agilità felina.
Per fortuna, però, l'innata agilità felina, in questi casi, può essere rimpiazzata dal fatto di aver sottoscritto una polizza kasko con una franchigia di 1.200 € e in virtù di ciò, il nostro eroe, pochi secondi dopo aver mollato le cime di prua, era sano e salvo dietro alla ruota del timone, che cercava di non sbattere la fiancata sulle assi della banchina.
Una volta in mare, lontano da banchine, antimurali e oggetti resilienti in genere, il Velista Mascherato ha cominciato finalmente a rilassarsi e ha potuto dedicarsi a due operazioni fondamentali: la prima è stata di togliere di mezzo i parabordi, che per prudenza aveva solo tirato a bordo, lasciandoli legati alla battagliola, in modo che fossero pronti all'uso in caso di necessità; la seconda è stata di armare le scotte del genoa.
Avrebbe dovuto farlo a terra, ma, nella concitazione della partenza, se n'era dimenticato.
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Cat 38,
Fiumicino,
Mia moglie
domenica 4 settembre 2011
Due
Questa mattina, a colazione, il Velista Mascherato ha detto a sua moglie:
- Certo, come passa il tempo! Sono passati già due anni e a me, invece, sembra ieri..
Sua moglie, che lo conosce bene, non è caduta nel tranello e ha risposto:
- Stai parlando del Laser, vero?
E sì, perché, precisamente due anni or sono, giusto una settimana prima di sposarsi, il nostro eroe pensò che qualcosa da singolo doveva pur esserci nella sua vita, e così acquistò un Laser usato da un tizio di nome Andrea, che aveva una casa in riva al lago di Bracciano..
Da quel giorno, ne è passata di acqua, sotto le chiglie: acqua lacustre per lo più, ma anche acqua marina e perfino acque di Paesi stranieri. E acqua è passata anche SOPRA la coperta della barca: innumerevoli scuffiate, spesso immortalate dalle telecamere di bordo ed esposte al/per il pubblico ludibrio su questo sito.
E, a proposito di scuffiate, il video di oggi dovrebbe saziare i vostri appetiti. Il contesto è la prima lezione dopo la pausa estiva, con un simpatico venticello sui quindici nodi che ci ha concesso inebrianti planate (nel senso che ti ubriacavi di spruzzi) e rinfrescanti tuffi nell'acqua del lago.
La prima barca che si vede pancia all'aria, nella sequenza iniziale è quella della Garante Mascherata; segue poi un ignoto bagnante che forse (dico: "forse") era l'Oracolo Mascherato. Il tontolone che è finito in acqua proprio sottovento alla boa, causando un lieve contrattempo al nostro eroe è il solito Renato, lo si vede raddrizzare la barca nella scena successiva. È poi il momento del Velista Mascherato, che sbaglia qualcosa in virata, stavolta senza poter dare la colpa a qualcun altro.
Il filmato termina con un appassionante inseguimento fra il nostro eroe e il suddetto Andrea (che era finito in acqua anche lui): circonfuso di luce, soffocato dalla spuma e dall'emozione di trovarsi occasionalmente davanti al suo idolo, il Velista Mascherato si gioca il tutto per tutto e, quando arriva il momento di passare la boa, pensa: "Provo a farla in velocità!"
Un attimo dopo..
- Certo, come passa il tempo! Sono passati già due anni e a me, invece, sembra ieri..
Sua moglie, che lo conosce bene, non è caduta nel tranello e ha risposto:
- Stai parlando del Laser, vero?
E sì, perché, precisamente due anni or sono, giusto una settimana prima di sposarsi, il nostro eroe pensò che qualcosa da singolo doveva pur esserci nella sua vita, e così acquistò un Laser usato da un tizio di nome Andrea, che aveva una casa in riva al lago di Bracciano..
Da quel giorno, ne è passata di acqua, sotto le chiglie: acqua lacustre per lo più, ma anche acqua marina e perfino acque di Paesi stranieri. E acqua è passata anche SOPRA la coperta della barca: innumerevoli scuffiate, spesso immortalate dalle telecamere di bordo ed esposte al/per il pubblico ludibrio su questo sito.
E, a proposito di scuffiate, il video di oggi dovrebbe saziare i vostri appetiti. Il contesto è la prima lezione dopo la pausa estiva, con un simpatico venticello sui quindici nodi che ci ha concesso inebrianti planate (nel senso che ti ubriacavi di spruzzi) e rinfrescanti tuffi nell'acqua del lago.
La prima barca che si vede pancia all'aria, nella sequenza iniziale è quella della Garante Mascherata; segue poi un ignoto bagnante che forse (dico: "forse") era l'Oracolo Mascherato. Il tontolone che è finito in acqua proprio sottovento alla boa, causando un lieve contrattempo al nostro eroe è il solito Renato, lo si vede raddrizzare la barca nella scena successiva. È poi il momento del Velista Mascherato, che sbaglia qualcosa in virata, stavolta senza poter dare la colpa a qualcun altro.
Il filmato termina con un appassionante inseguimento fra il nostro eroe e il suddetto Andrea (che era finito in acqua anche lui): circonfuso di luce, soffocato dalla spuma e dall'emozione di trovarsi occasionalmente davanti al suo idolo, il Velista Mascherato si gioca il tutto per tutto e, quando arriva il momento di passare la boa, pensa: "Provo a farla in velocità!"
Un attimo dopo..
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Video
martedì 9 agosto 2011
Ieri, mentre era al timone sotto il sole, rientrando da Palmarola, il Velista Mascherato ha avuto tre ideone:
Ideona 1 (sette ore di navigazione): produrre un gioco di costruzioni per bambini poveri, emarginati o entrambe le cose: il CottoLego.
Ideona 2 (nove ore di navigazione): Indovinello: Qual'è, il cibo esotico preferito dai mangiatori di cadaveri? Il Pus-pus! (ah ah ah ah ah!.)
Ideona 3 (dieci ore di navigazione): realizzare una serie di fantascienza basata sulle avventure di una nave stellare il cui equipaggio sia composto unicamente da persone provenienti dal Nuorese e dall'Ogliastra. La serie si chiamerebbe "Sard Treck" e, alla fine di ogni puntata, il comandante direbbe al suo Ufficiale di Rotta: "Ci porti a casa, signor Puddu!".
Quest'ultima idea, adesso la riciclo...
Ideona 1 (sette ore di navigazione): produrre un gioco di costruzioni per bambini poveri, emarginati o entrambe le cose: il CottoLego.
Ideona 2 (nove ore di navigazione): Indovinello: Qual'è, il cibo esotico preferito dai mangiatori di cadaveri? Il Pus-pus! (ah ah ah ah ah!.)
Ideona 3 (dieci ore di navigazione): realizzare una serie di fantascienza basata sulle avventure di una nave stellare il cui equipaggio sia composto unicamente da persone provenienti dal Nuorese e dall'Ogliastra. La serie si chiamerebbe "Sard Treck" e, alla fine di ogni puntata, il comandante direbbe al suo Ufficiale di Rotta: "Ci porti a casa, signor Puddu!".
Quest'ultima idea, adesso la riciclo...
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Vacanze 2010
martedì 5 luglio 2011
Per Elisa - La Fisarmonica
Rientrati in porto, Claudio chiama Paolo, l'Armatore Mascherato, e gli dice quello che noi sappiamo già: non ce la farà a venire con noi fino a Minorca. Il mare, nelle Bocche, è ancora impraticabile e, alla faccia delle previsioni, tutto lascia supporre che resterà così almeno fino a sera. Anche se riuscissimo a partire domani mattina e a fare tutta una tirata senza fermarci a Stintino, arriveremmo a Minorca giovedì sera e lui potrebbe rientrare in Italia solo venerdì: troppo tardi.
La sua partenza è un grosso dispiacere da un punto di vista personale e un grosso problema da un punto di vista organizzativo, perché la traversata fino a Minorca comporta almeno una notte in mare (ci vorranno almeno 30 ore, se riusciamo a mantenere una media di 7 nodi); la possiamo anche fare da soli io e Marcello, ma preferirei condividerla con un terzo timoniere.
Facciamo un po' di telefonate, ma, con un preavviso così breve, non è facile trovare qualcuno. Alla fine, però, l'armatore riesce a trovare una persona a Olbia: si chiama Gianluca e può essere a Santa Teresa domani mattina. Non è molto esperto (me lo confessa lui stesso quando ci sentiamo per telefono), ma ha fatto alcuni trasferimenti per l'agenzia di charter che ce l'ha segnalato; anche se non riuscirà a colmare il vuoto lasciato da Claudio - penso, - è sempre meglio di niente.
Purtroppo mi sbaglio, ma quando me ne accorgerò, sarà ormai troppo tardi.
Risolta la questione del "terzo uomo", la nostra seconda giornata a Santa Teresa trascorre senza avvenimenti di rilievo: pranziamo nuovamente al baretto del porto (che ha anche la connessione Wi-Fi, così possiamo controllare il meteo), ma, sfortunatamente, dei buonissimi panini con il carpaccio di cavallo e le cipolle che avevamo mangiato ieri ne è rimasto uno solo e lo lasciamo a Marcello, che ieri non l'aveva assaggiato. Nel pomeriggio, ciascuno si riposa come più gli aggrada: Marcello dorme, mia moglie legge e io ricontrollo tutte le dotazioni di sicurezza della barca, EPIRB compreso, perché non voglio avere altre sorprese come quella del telecomando dell'àncora.
La sera, andiamo a prendere l'aperitivo in Paese..
La sua partenza è un grosso dispiacere da un punto di vista personale e un grosso problema da un punto di vista organizzativo, perché la traversata fino a Minorca comporta almeno una notte in mare (ci vorranno almeno 30 ore, se riusciamo a mantenere una media di 7 nodi); la possiamo anche fare da soli io e Marcello, ma preferirei condividerla con un terzo timoniere.
Facciamo un po' di telefonate, ma, con un preavviso così breve, non è facile trovare qualcuno. Alla fine, però, l'armatore riesce a trovare una persona a Olbia: si chiama Gianluca e può essere a Santa Teresa domani mattina. Non è molto esperto (me lo confessa lui stesso quando ci sentiamo per telefono), ma ha fatto alcuni trasferimenti per l'agenzia di charter che ce l'ha segnalato; anche se non riuscirà a colmare il vuoto lasciato da Claudio - penso, - è sempre meglio di niente.
Purtroppo mi sbaglio, ma quando me ne accorgerò, sarà ormai troppo tardi.
Risolta la questione del "terzo uomo", la nostra seconda giornata a Santa Teresa trascorre senza avvenimenti di rilievo: pranziamo nuovamente al baretto del porto (che ha anche la connessione Wi-Fi, così possiamo controllare il meteo), ma, sfortunatamente, dei buonissimi panini con il carpaccio di cavallo e le cipolle che avevamo mangiato ieri ne è rimasto uno solo e lo lasciamo a Marcello, che ieri non l'aveva assaggiato. Nel pomeriggio, ciascuno si riposa come più gli aggrada: Marcello dorme, mia moglie legge e io ricontrollo tutte le dotazioni di sicurezza della barca, EPIRB compreso, perché non voglio avere altre sorprese come quella del telecomando dell'àncora.
La sera, andiamo a prendere l'aperitivo in Paese..
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Per Elisa - Santa Teresa di Gallura
Se c'è una cosa che ho imparato da questo viaggio è stata che Orietta Berti aveva ragione: finché la barca va, lasciala andare.
Anche se Windguru prevede per l'indomani solo 18/20 nodi; anche se rischi di arrivarci col buio; anche se ti sei rotto gli Zebedei di navigare a motore, cerca di raggiungere il porto più lontano dove puoi arrivare in sicurezza, perché, come dice il Poeta, del doman non v'è certezza e, soprattutto, 18/20 nodi ci mettono un attimo a diventare 25/30.
Ci alziamo presto, un po' prima delle 06:00; il tempo di farci un caffé e molliamo gli ormeggi. La barca è in ordine, abbiamo gasolio, acqua e provviste. L'anemometro, in porto, segna quindici nodi di vento; il mare è appena increspato; se rimane così, dovremmo essere a Stintino verso le due del pomeriggio.
Mentre stiamo lasciando la banchina, dal VHF ci arriva una richiesta di aiuto in francese: qualuno ha dei problemi dalle parti dell'isola di Cavallo e ha lanciato un "PAN", ovvero una richiesta di assistenza. Su questo argomento sono piuttosto ferrato, perché mi ci hanno fregato la prima volta che ho fatto l'esame per la Patente nautica: con assistenza si intende l'aiuto che si dà a un'imbarcazione che non sia in imminente pericolo di naufragio e che sia quindi nelle condizioni di collaborare con i soccorritori; viceversa, il salvataggio è l'aiuto che si presta a un'imbarcazione in imminente pericolo di naufragio o già naufragata. Quando si richiede assistenza, si inizia il messaggio via radio ripetendo tre volte il termine: "PAN"; se si richiede soccorso, in vece, si comincia il messaggio con il termine: "MAYDAY". Nel caso specifico, il "PAN" all'inizio del messaggio indica che il francofono ha solo bisogno di assistenza, il che è un bene, perché l'unica altra cosa che capisco del suo messaggio è la parola: "les enfants"..
Quando usciamo dal fiordo di Santa Teresa, il vento rinforza un po', ma ancora niente di trascendentale. Mentre ci infiliamo le cerate e ci prepariamo a issare la randa, chiedo a Claudio se pensa sia il caso di dare una mano di terzaroli. Lui, che evidentemente vede più in là del mio ottimismo, risponde:
- Meglio due..
Nel canale, il vento è intorno ai venti nodi, con onda media di un metro e treni di tre onde sul metro e mezzo, molto ripide e ravvicinate, sulle quali è piuttosto difficile non far sbattere la prua. Claudio, al timone, ha smesso di sorridere e di parlare; io, al contrario, scopro con una certa sorpresa di essere abbastanza rilassato. Sintetizzo il mio stato d'animo con una battuta:
- Potrebbe andare peggio: potremmo essere in regata..
A mano a mano che ci avviciniamo a Capo Testa, vento e mare aumentano di intensità. La barca, carica di tutto quello che potrà servire alla famiglia dell'armatore durante le vacanze (dal tostapane alla deriva del figlio, caricata a prua, sopra al tender) è molto lenta e continua a sbattere su ogni onda. È più o meno a questo punto che comincio a chiedermi se non stiamo facendo una cazzata.
Non mi preoccupo del mare: Elisa è una barca solida e, come dimostrerà in seguito, può affrontare senza problemi condizioni peggiori di questa; temo piuttosto che, a forza di sbattere, si possa rompere qualcosa. Se ciò avvenisse, e se non fosse possibile ripararlo rapidamente, rischieremmo di rovinare le vacanze a Paolo e alla sua famiglia.
Ne parlo con Claudio e decidiamo di andarci a mettere al ridosso di Capo Testa per un po': quel tanto che servirà a capire se quello squarcio di cielo che vediamo verso ovest sia solo un buco nelle nuvole o la fine dei nostri problemi.
Mentre lui vira e punta verso terra, io vado a prua a preparare l'àncora, scoprendo così che nel gavone di prua, oltre all'àncora e alla sua catena, c'è anche il serbatoio (pieno) del tender, ma non c'è il telecomando del verricello. Torno in pozzetto, ma prima che possa scendere sotto soperta a cercare il telecomando, Claudio mi fa capire che è inutile; il cielo si è richiuso e il vento sta aumentando: dobbiamo rientrare a Santa Teresa.
Anche se Windguru prevede per l'indomani solo 18/20 nodi; anche se rischi di arrivarci col buio; anche se ti sei rotto gli Zebedei di navigare a motore, cerca di raggiungere il porto più lontano dove puoi arrivare in sicurezza, perché, come dice il Poeta, del doman non v'è certezza e, soprattutto, 18/20 nodi ci mettono un attimo a diventare 25/30.
Ci alziamo presto, un po' prima delle 06:00; il tempo di farci un caffé e molliamo gli ormeggi. La barca è in ordine, abbiamo gasolio, acqua e provviste. L'anemometro, in porto, segna quindici nodi di vento; il mare è appena increspato; se rimane così, dovremmo essere a Stintino verso le due del pomeriggio.
Mentre stiamo lasciando la banchina, dal VHF ci arriva una richiesta di aiuto in francese: qualuno ha dei problemi dalle parti dell'isola di Cavallo e ha lanciato un "PAN", ovvero una richiesta di assistenza. Su questo argomento sono piuttosto ferrato, perché mi ci hanno fregato la prima volta che ho fatto l'esame per la Patente nautica: con assistenza si intende l'aiuto che si dà a un'imbarcazione che non sia in imminente pericolo di naufragio e che sia quindi nelle condizioni di collaborare con i soccorritori; viceversa, il salvataggio è l'aiuto che si presta a un'imbarcazione in imminente pericolo di naufragio o già naufragata. Quando si richiede assistenza, si inizia il messaggio via radio ripetendo tre volte il termine: "PAN"; se si richiede soccorso, in vece, si comincia il messaggio con il termine: "MAYDAY". Nel caso specifico, il "PAN" all'inizio del messaggio indica che il francofono ha solo bisogno di assistenza, il che è un bene, perché l'unica altra cosa che capisco del suo messaggio è la parola: "les enfants"..
Quando usciamo dal fiordo di Santa Teresa, il vento rinforza un po', ma ancora niente di trascendentale. Mentre ci infiliamo le cerate e ci prepariamo a issare la randa, chiedo a Claudio se pensa sia il caso di dare una mano di terzaroli. Lui, che evidentemente vede più in là del mio ottimismo, risponde:
- Meglio due..
Nel canale, il vento è intorno ai venti nodi, con onda media di un metro e treni di tre onde sul metro e mezzo, molto ripide e ravvicinate, sulle quali è piuttosto difficile non far sbattere la prua. Claudio, al timone, ha smesso di sorridere e di parlare; io, al contrario, scopro con una certa sorpresa di essere abbastanza rilassato. Sintetizzo il mio stato d'animo con una battuta:
- Potrebbe andare peggio: potremmo essere in regata..
A mano a mano che ci avviciniamo a Capo Testa, vento e mare aumentano di intensità. La barca, carica di tutto quello che potrà servire alla famiglia dell'armatore durante le vacanze (dal tostapane alla deriva del figlio, caricata a prua, sopra al tender) è molto lenta e continua a sbattere su ogni onda. È più o meno a questo punto che comincio a chiedermi se non stiamo facendo una cazzata.
Non mi preoccupo del mare: Elisa è una barca solida e, come dimostrerà in seguito, può affrontare senza problemi condizioni peggiori di questa; temo piuttosto che, a forza di sbattere, si possa rompere qualcosa. Se ciò avvenisse, e se non fosse possibile ripararlo rapidamente, rischieremmo di rovinare le vacanze a Paolo e alla sua famiglia.
Ne parlo con Claudio e decidiamo di andarci a mettere al ridosso di Capo Testa per un po': quel tanto che servirà a capire se quello squarcio di cielo che vediamo verso ovest sia solo un buco nelle nuvole o la fine dei nostri problemi.
Mentre lui vira e punta verso terra, io vado a prua a preparare l'àncora, scoprendo così che nel gavone di prua, oltre all'àncora e alla sua catena, c'è anche il serbatoio (pieno) del tender, ma non c'è il telecomando del verricello. Torno in pozzetto, ma prima che possa scendere sotto soperta a cercare il telecomando, Claudio mi fa capire che è inutile; il cielo si è richiuso e il vento sta aumentando: dobbiamo rientrare a Santa Teresa.
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lunedì 4 luglio 2011
Per Elisa - Le Bocche di Bonifacio
Arriviamo nelle Bocchie di Bonifacio intorno a mezzogiorno di lunedì 4 luglio, in un'atmosfera surreale: vento assente, mare talmente calmo da fare impressione e una fitta coltre di nebbia che nasconde la costa della Corsica.
Siamo partiti da Cala Galera intorno alle 20:00 di ieri sera, dopo una cena ràpida e sàpida. La navigazione si è svolta senza avvenimenti di rilievo, anche perché di vento ce n'è stato poco e siamo andati sempre a motore, con un po' di randa per stabilizzare la barca. Nelle prime ore della notte, abbiamo avuto un po' di onda di prua, vieppiù fastidiosa perché, mancando la luna, non si vedeva un accidente e non sempre si riusciva ad ammortizzare la caduta della prua con un colpo di timone.
Contrariamente ai programmi, non abbiamo fatto tappa a Solenzara, ma abbiamo tirato dritto perché Claudio, il quarto componente dell'equipaggio, imbarcato ieri sera a Cala Galera, deve rientrare in Italia giovedì, perciò, dobbiamo sbrigarci.
Detto così, potrebbe sembrare una fregatura, visto che l'idea iniziale era di prendersela comoda, ma Claudio è un ottimo marinaio e un ottimo velista (oltre che una piacevole compagnia) e il piacere di averlo a bordo compensa ampiamente il fastidio di non poter chiamare Luigi per dirgli che ho rivisto la brunetta carina del porto di Solenzara. Mentre passiamo vicino Razzoli, mi viene un'idea: E se tirassimo dritto fino a Stintino? Sono "solo" cinquanta miglia; a sei nodi di media, saremo lì in poco più di otto ore. Gasolio, ne abbiamo a sufficienza, le condizioni meteo non potrebbero essere migliori..
Ne parlo con Claudio, che è al timone, ma lui non mi sembra tanto convinto; decidiamo così di fermarci comunque a Santa Teresa per fare il pieno e guardare le previsioni meteo, poi, a seconda di quello che si prevede per domani, decideremo se proseguire o fermarci per la notte.
Sul momento, questa mi sembra una buona idea, mentre, come vedremo, è l'errore più grosso che potessi fare...
Siamo partiti da Cala Galera intorno alle 20:00 di ieri sera, dopo una cena ràpida e sàpida. La navigazione si è svolta senza avvenimenti di rilievo, anche perché di vento ce n'è stato poco e siamo andati sempre a motore, con un po' di randa per stabilizzare la barca. Nelle prime ore della notte, abbiamo avuto un po' di onda di prua, vieppiù fastidiosa perché, mancando la luna, non si vedeva un accidente e non sempre si riusciva ad ammortizzare la caduta della prua con un colpo di timone.
Contrariamente ai programmi, non abbiamo fatto tappa a Solenzara, ma abbiamo tirato dritto perché Claudio, il quarto componente dell'equipaggio, imbarcato ieri sera a Cala Galera, deve rientrare in Italia giovedì, perciò, dobbiamo sbrigarci.
Detto così, potrebbe sembrare una fregatura, visto che l'idea iniziale era di prendersela comoda, ma Claudio è un ottimo marinaio e un ottimo velista (oltre che una piacevole compagnia) e il piacere di averlo a bordo compensa ampiamente il fastidio di non poter chiamare Luigi per dirgli che ho rivisto la brunetta carina del porto di Solenzara. Mentre passiamo vicino Razzoli, mi viene un'idea: E se tirassimo dritto fino a Stintino? Sono "solo" cinquanta miglia; a sei nodi di media, saremo lì in poco più di otto ore. Gasolio, ne abbiamo a sufficienza, le condizioni meteo non potrebbero essere migliori..
Ne parlo con Claudio, che è al timone, ma lui non mi sembra tanto convinto; decidiamo così di fermarci comunque a Santa Teresa per fare il pieno e guardare le previsioni meteo, poi, a seconda di quello che si prevede per domani, decideremo se proseguire o fermarci per la notte.
Sul momento, questa mi sembra una buona idea, mentre, come vedremo, è l'errore più grosso che potessi fare...
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domenica 3 luglio 2011
Per Elisa - Cala Galera
Il treno per Orbetello parte alle 16:19; io e mia moglie scendiamo in strada alle 15:30 e ci guardiamo intorno alla ricerca del taxi che sarebbe dovuto essere già lì ad attenderci.
È la prima domenica di luglio e Roma, a parte i turisti, è deserta; per arrivare alla stazione Ostiense ci vorranno tutt'al più dieci minuti, ma abbiamo preferito non rischiare e abbiamo richiesto il taxi con un buon anticipo.
Il taxi che non c'è.
Chiamiamo l'ottantottoventidue per avere notizie e una centralinista seccata ci fa sapere che "Struzzo 9" è in arrivo entro quattro minuti; dieci minuti dopo, però, nessun animale, esotico o domestico che sia, è comparso all'orizzonte e così chiamiamo di nuovo il servizio taxi. Stavolta la centralinista è un po' meno saccente e acconsente a cambiarci la prenotazione.
"Fanculo 6" arriva, puntuale, quattro minuti dopo, si ferma in mezzo alla strada e scende ad aprire il portellone posteriore, ma si guarda bene dall'aiutarci a mettere dentro le borse, anzi: sembra un po' seccato dal fatto che gli carichiamo le sospensioni posteriori. Come che sia, più o meno alle 16:00 siamo alla stazione Ostiense, rintracciamo Marcello e andiamo a fare i biglietti.
Per quanto sia una persona profondamente contraria allo sciàlo, faccio tre biglietti di prima classe: dal punto di vista economico, la differenza fra la prima e la seconda classe, nei treni regionali per la Toscana, è di tre Euro; dal punto di vista ambientale, invece, la differenza è che in seconda ci fanno pascolare le vacche, mentre in prima, due/tre volte l'anno, una pulita gliela dànno.
Il 2344 arriva puntuale, ma ci riserva una sorpresa: mentre noi ci aspettavamo che fosse pressocché vuoto, le carrozze sono tutte piuttosto affollate, perché ci sono stati dei contrattempi con il treno precedente e tutti quelli che dovevano andare a Civitavecchia per imbarcarsi hanno preso questo.
Vista la situazione, io e Marcello lasciamo mia moglie e i bagagli nel primo scompartimento libero che troviamo e, correndo sulla banchina, scorriamo tutto il treno alla ricerca della prima classe. Quando siamo a un paio di vagoni dalla testa del treno, capiamo che le porte si stanno per chiudere, perciò saltiamo rapidamente a bordo: proseguiremoi la ricerca dall'interno. Facciamo appena in tempo a incunearci nella una massa umana che affolla il predellino, che le porte si chiudono e il treno... rimane fermo sotto il sole.
Il vagone è gremìto, l'aria condizionata non funziona e io comincio a sudare come un piastrellista moldàvo. Vado in bagno a darmi una sciacquata al viso, poi abbandono il povero Marcello nel corridojo, insieme alla squadra vincente del concorso: "Le sette persone di lingua tedesca più grasse del Mondo" e, come un salmone, risalgo gli ultimi vagoni, certo che, di lì a poco, troverò la Terra Promessa della Prima Classe.
Quando il treno finisce, però, tutto quello che trovo è il capotreno, probabilmente un vampiro o un non-morto, che si nasconde dalla luce solare al buio della cabina di guida. Chiedo a Nosferatu dove sia la prima classe, lui mi risponde che è a metà del treno; nascosta bene, ma c'è.
Iràto e sudàto, torno da Marcello, che è già fatto oggetto di cupide occhiate da parte di un'enorme teutonica in abito rosa, e chiamo al telefono mia moglie per dirle di prendere i primi posti che trova, perché non ho la minima fiducia nelle affermazioni del càllido capotreno.
- Alla prossima fermata, scendiamo e torniamo indietro, - dico all'unica persona nello scompartimento che capisca la mia lingua, ma è una pia illusione: la folla che ci aspetta a Roma Trastevere è degna di un fumetto visionario di Druillet e solo alla stazione di San Pietro riusciamo a mettere in atto un ricongiungimento familiare.
Il vagone in cui ci troviamo ora è mediamente affollato, ma per noi scampati al Girone dei Crautòfagi è un piccolo Paradiso, perché non puzza e l'aria condizionata funziona. Sfinito, mi siedo nel posto che mia moglie mi ha conservato e cerco di rilassarmi, ma è una pace di breve durata, perché, un attimo dopo, una Fräulein sui vent'anni, graziosa, ma pingue, decide di sedersi sul bracciolo alla mia sinistra, saturando il mio spazio vitale con il suo derrière. Scartata l'idea di spiegarle che, se si chiamano: "posti a sedere perché di sedere ce ne va uno solo, faccio di necessità virtù e, con un gesto apparentemente cavalleresco, mi alzo e le offro il mio posto. La teutonica sembra intuire - non già in virtù dell'intelletto, ma piuttosto di quell'istinto che è facile ravvisare anche nelle specie animali meno evolute - la natura sarcastica della mia offerta, ma decide che è meglio un posto a sedere sarcastico che farsi in piedi fino a Civitavecchia e così si lascia cadere sul sedile, senza nemmeno una parola di ringraziamento; anzi, con l'aria un po' seccata.
Arriviamo a Civitavecchia con un certo ritardo, perché a Santa Marinella il capotreno, che dev'essere di quelle parti, è sceso ed è andato a far cambiare l'olio alla sua Punto; in compenso, da quel momento in poi, il treno comincia a svuotarsi e si ristabiliscono le condizioni minime per lo sviluppo di organismi basati sulla chimica del carbonio.
Giunti alla stazione di Orbetello, troviamo ad aspettarci la moglie dell'Armatore, perché lui è rimasto in barca per sistemare le ultime cose prima della partenza. La (gentil)donna si chiama Elisa e questa romantica omonimìa fra moglie e barca è una cosa che, quando l'ho scoperta, ha colpito molto la mia fantasia al punto che sono stato lì lì per fare altrettanto; sfortunatamente, però, mia moglie, non ha voluto per nessun motivo cambiare il suo nome in: "Suppergiù", quindi ho dovuto rinunciare.
La strada da Orbetello a Cala Galera mi ricorda qualcosa, anche se non saprei dire cosa; il guardiano all'ingresso di Cala Galera, che ci fa perdere tempo per un eccesso di zelo e una mancanza di duttilità, invece, lo so benissimo chi mi ricorda: un po' il capotreno del 2344, un po' me stesso, tre anni fa. Per fortuna, però, Elisa è un osso troppo duro per un simile sottoprodotto dell'endogamia maremmana: con educata fermezza vince la reticenza dello sbarratore e, pochi secondi dopo, deposita noi e i nostri bagagli all'inizio della banchina dov'è ormeggiata la sua omonima.
L'avventura, comincia.
Il taxi che non c'è.
Chiamiamo l'ottantottoventidue per avere notizie e una centralinista seccata ci fa sapere che "Struzzo 9" è in arrivo entro quattro minuti; dieci minuti dopo, però, nessun animale, esotico o domestico che sia, è comparso all'orizzonte e così chiamiamo di nuovo il servizio taxi. Stavolta la centralinista è un po' meno saccente e acconsente a cambiarci la prenotazione.
"Fanculo 6" arriva, puntuale, quattro minuti dopo, si ferma in mezzo alla strada e scende ad aprire il portellone posteriore, ma si guarda bene dall'aiutarci a mettere dentro le borse, anzi: sembra un po' seccato dal fatto che gli carichiamo le sospensioni posteriori. Come che sia, più o meno alle 16:00 siamo alla stazione Ostiense, rintracciamo Marcello e andiamo a fare i biglietti.
Per quanto sia una persona profondamente contraria allo sciàlo, faccio tre biglietti di prima classe: dal punto di vista economico, la differenza fra la prima e la seconda classe, nei treni regionali per la Toscana, è di tre Euro; dal punto di vista ambientale, invece, la differenza è che in seconda ci fanno pascolare le vacche, mentre in prima, due/tre volte l'anno, una pulita gliela dànno.
Il 2344 arriva puntuale, ma ci riserva una sorpresa: mentre noi ci aspettavamo che fosse pressocché vuoto, le carrozze sono tutte piuttosto affollate, perché ci sono stati dei contrattempi con il treno precedente e tutti quelli che dovevano andare a Civitavecchia per imbarcarsi hanno preso questo.
Vista la situazione, io e Marcello lasciamo mia moglie e i bagagli nel primo scompartimento libero che troviamo e, correndo sulla banchina, scorriamo tutto il treno alla ricerca della prima classe. Quando siamo a un paio di vagoni dalla testa del treno, capiamo che le porte si stanno per chiudere, perciò saltiamo rapidamente a bordo: proseguiremoi la ricerca dall'interno. Facciamo appena in tempo a incunearci nella una massa umana che affolla il predellino, che le porte si chiudono e il treno... rimane fermo sotto il sole.
Il vagone è gremìto, l'aria condizionata non funziona e io comincio a sudare come un piastrellista moldàvo. Vado in bagno a darmi una sciacquata al viso, poi abbandono il povero Marcello nel corridojo, insieme alla squadra vincente del concorso: "Le sette persone di lingua tedesca più grasse del Mondo" e, come un salmone, risalgo gli ultimi vagoni, certo che, di lì a poco, troverò la Terra Promessa della Prima Classe.
Quando il treno finisce, però, tutto quello che trovo è il capotreno, probabilmente un vampiro o un non-morto, che si nasconde dalla luce solare al buio della cabina di guida. Chiedo a Nosferatu dove sia la prima classe, lui mi risponde che è a metà del treno; nascosta bene, ma c'è.
Iràto e sudàto, torno da Marcello, che è già fatto oggetto di cupide occhiate da parte di un'enorme teutonica in abito rosa, e chiamo al telefono mia moglie per dirle di prendere i primi posti che trova, perché non ho la minima fiducia nelle affermazioni del càllido capotreno.
- Alla prossima fermata, scendiamo e torniamo indietro, - dico all'unica persona nello scompartimento che capisca la mia lingua, ma è una pia illusione: la folla che ci aspetta a Roma Trastevere è degna di un fumetto visionario di Druillet e solo alla stazione di San Pietro riusciamo a mettere in atto un ricongiungimento familiare.
Il vagone in cui ci troviamo ora è mediamente affollato, ma per noi scampati al Girone dei Crautòfagi è un piccolo Paradiso, perché non puzza e l'aria condizionata funziona. Sfinito, mi siedo nel posto che mia moglie mi ha conservato e cerco di rilassarmi, ma è una pace di breve durata, perché, un attimo dopo, una Fräulein sui vent'anni, graziosa, ma pingue, decide di sedersi sul bracciolo alla mia sinistra, saturando il mio spazio vitale con il suo derrière. Scartata l'idea di spiegarle che, se si chiamano: "posti a sedere perché di sedere ce ne va uno solo, faccio di necessità virtù e, con un gesto apparentemente cavalleresco, mi alzo e le offro il mio posto. La teutonica sembra intuire - non già in virtù dell'intelletto, ma piuttosto di quell'istinto che è facile ravvisare anche nelle specie animali meno evolute - la natura sarcastica della mia offerta, ma decide che è meglio un posto a sedere sarcastico che farsi in piedi fino a Civitavecchia e così si lascia cadere sul sedile, senza nemmeno una parola di ringraziamento; anzi, con l'aria un po' seccata.
Arriviamo a Civitavecchia con un certo ritardo, perché a Santa Marinella il capotreno, che dev'essere di quelle parti, è sceso ed è andato a far cambiare l'olio alla sua Punto; in compenso, da quel momento in poi, il treno comincia a svuotarsi e si ristabiliscono le condizioni minime per lo sviluppo di organismi basati sulla chimica del carbonio.
Giunti alla stazione di Orbetello, troviamo ad aspettarci la moglie dell'Armatore, perché lui è rimasto in barca per sistemare le ultime cose prima della partenza. La (gentil)donna si chiama Elisa e questa romantica omonimìa fra moglie e barca è una cosa che, quando l'ho scoperta, ha colpito molto la mia fantasia al punto che sono stato lì lì per fare altrettanto; sfortunatamente, però, mia moglie, non ha voluto per nessun motivo cambiare il suo nome in: "Suppergiù", quindi ho dovuto rinunciare.
La strada da Orbetello a Cala Galera mi ricorda qualcosa, anche se non saprei dire cosa; il guardiano all'ingresso di Cala Galera, che ci fa perdere tempo per un eccesso di zelo e una mancanza di duttilità, invece, lo so benissimo chi mi ricorda: un po' il capotreno del 2344, un po' me stesso, tre anni fa. Per fortuna, però, Elisa è un osso troppo duro per un simile sottoprodotto dell'endogamia maremmana: con educata fermezza vince la reticenza dello sbarratore e, pochi secondi dopo, deposita noi e i nostri bagagli all'inizio della banchina dov'è ormeggiata la sua omonima.
L'avventura, comincia.
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