Rientrati in porto, Claudio chiama Paolo, l'Armatore Mascherato, e gli dice quello che noi sappiamo già: non ce la farà a venire con noi fino a Minorca. Il mare, nelle Bocche, è ancora impraticabile e, alla faccia delle previsioni, tutto lascia supporre che resterà così almeno fino a sera. Anche se riuscissimo a partire domani mattina e a fare tutta una tirata senza fermarci a Stintino, arriveremmo a Minorca giovedì sera e lui potrebbe rientrare in Italia solo venerdì: troppo tardi.
La sua partenza è un grosso dispiacere da un punto di vista personale e un grosso problema da un punto di vista organizzativo, perché la traversata fino a Minorca comporta almeno una notte in mare (ci vorranno almeno 30 ore, se riusciamo a mantenere una media di 7 nodi); la possiamo anche fare da soli io e Marcello, ma preferirei condividerla con un terzo timoniere.
Facciamo un po' di telefonate, ma, con un preavviso così breve, non è facile trovare qualcuno. Alla fine, però, l'armatore riesce a trovare una persona a Olbia: si chiama Gianluca e può essere a Santa Teresa domani mattina. Non è molto esperto (me lo confessa lui stesso quando ci sentiamo per telefono), ma ha fatto alcuni trasferimenti per l'agenzia di charter che ce l'ha segnalato; anche se non riuscirà a colmare il vuoto lasciato da Claudio - penso, - è sempre meglio di niente.
Purtroppo mi sbaglio, ma quando me ne accorgerò, sarà ormai troppo tardi.
Risolta la questione del "terzo uomo", la nostra seconda giornata a Santa Teresa trascorre senza avvenimenti di rilievo: pranziamo nuovamente al baretto del porto (che ha anche la connessione Wi-Fi, così possiamo controllare il meteo), ma, sfortunatamente, dei buonissimi panini con il carpaccio di cavallo e le cipolle che avevamo mangiato ieri ne è rimasto uno solo e lo lasciamo a Marcello, che ieri non l'aveva assaggiato. Nel pomeriggio, ciascuno si riposa come più gli aggrada: Marcello dorme, mia moglie legge e io ricontrollo tutte le dotazioni di sicurezza della barca, EPIRB compreso, perché non voglio avere altre sorprese come quella del telecomando dell'àncora.
La sera, andiamo a prendere l'aperitivo in Paese..
martedì 5 luglio 2011
Per Elisa - Santa Teresa di Gallura
Se c'è una cosa che ho imparato da questo viaggio è stata che Orietta Berti aveva ragione: finché la barca va, lasciala andare.
Anche se Windguru prevede per l'indomani solo 18/20 nodi; anche se rischi di arrivarci col buio; anche se ti sei rotto gli Zebedei di navigare a motore, cerca di raggiungere il porto più lontano dove puoi arrivare in sicurezza, perché, come dice il Poeta, del doman non v'è certezza e, soprattutto, 18/20 nodi ci mettono un attimo a diventare 25/30.
Ci alziamo presto, un po' prima delle 06:00; il tempo di farci un caffé e molliamo gli ormeggi. La barca è in ordine, abbiamo gasolio, acqua e provviste. L'anemometro, in porto, segna quindici nodi di vento; il mare è appena increspato; se rimane così, dovremmo essere a Stintino verso le due del pomeriggio.
Mentre stiamo lasciando la banchina, dal VHF ci arriva una richiesta di aiuto in francese: qualuno ha dei problemi dalle parti dell'isola di Cavallo e ha lanciato un "PAN", ovvero una richiesta di assistenza. Su questo argomento sono piuttosto ferrato, perché mi ci hanno fregato la prima volta che ho fatto l'esame per la Patente nautica: con assistenza si intende l'aiuto che si dà a un'imbarcazione che non sia in imminente pericolo di naufragio e che sia quindi nelle condizioni di collaborare con i soccorritori; viceversa, il salvataggio è l'aiuto che si presta a un'imbarcazione in imminente pericolo di naufragio o già naufragata. Quando si richiede assistenza, si inizia il messaggio via radio ripetendo tre volte il termine: "PAN"; se si richiede soccorso, in vece, si comincia il messaggio con il termine: "MAYDAY". Nel caso specifico, il "PAN" all'inizio del messaggio indica che il francofono ha solo bisogno di assistenza, il che è un bene, perché l'unica altra cosa che capisco del suo messaggio è la parola: "les enfants"..
Quando usciamo dal fiordo di Santa Teresa, il vento rinforza un po', ma ancora niente di trascendentale. Mentre ci infiliamo le cerate e ci prepariamo a issare la randa, chiedo a Claudio se pensa sia il caso di dare una mano di terzaroli. Lui, che evidentemente vede più in là del mio ottimismo, risponde:
- Meglio due..
Nel canale, il vento è intorno ai venti nodi, con onda media di un metro e treni di tre onde sul metro e mezzo, molto ripide e ravvicinate, sulle quali è piuttosto difficile non far sbattere la prua. Claudio, al timone, ha smesso di sorridere e di parlare; io, al contrario, scopro con una certa sorpresa di essere abbastanza rilassato. Sintetizzo il mio stato d'animo con una battuta:
- Potrebbe andare peggio: potremmo essere in regata..
A mano a mano che ci avviciniamo a Capo Testa, vento e mare aumentano di intensità. La barca, carica di tutto quello che potrà servire alla famiglia dell'armatore durante le vacanze (dal tostapane alla deriva del figlio, caricata a prua, sopra al tender) è molto lenta e continua a sbattere su ogni onda. È più o meno a questo punto che comincio a chiedermi se non stiamo facendo una cazzata.
Non mi preoccupo del mare: Elisa è una barca solida e, come dimostrerà in seguito, può affrontare senza problemi condizioni peggiori di questa; temo piuttosto che, a forza di sbattere, si possa rompere qualcosa. Se ciò avvenisse, e se non fosse possibile ripararlo rapidamente, rischieremmo di rovinare le vacanze a Paolo e alla sua famiglia.
Ne parlo con Claudio e decidiamo di andarci a mettere al ridosso di Capo Testa per un po': quel tanto che servirà a capire se quello squarcio di cielo che vediamo verso ovest sia solo un buco nelle nuvole o la fine dei nostri problemi.
Mentre lui vira e punta verso terra, io vado a prua a preparare l'àncora, scoprendo così che nel gavone di prua, oltre all'àncora e alla sua catena, c'è anche il serbatoio (pieno) del tender, ma non c'è il telecomando del verricello. Torno in pozzetto, ma prima che possa scendere sotto soperta a cercare il telecomando, Claudio mi fa capire che è inutile; il cielo si è richiuso e il vento sta aumentando: dobbiamo rientrare a Santa Teresa.
Anche se Windguru prevede per l'indomani solo 18/20 nodi; anche se rischi di arrivarci col buio; anche se ti sei rotto gli Zebedei di navigare a motore, cerca di raggiungere il porto più lontano dove puoi arrivare in sicurezza, perché, come dice il Poeta, del doman non v'è certezza e, soprattutto, 18/20 nodi ci mettono un attimo a diventare 25/30.
Ci alziamo presto, un po' prima delle 06:00; il tempo di farci un caffé e molliamo gli ormeggi. La barca è in ordine, abbiamo gasolio, acqua e provviste. L'anemometro, in porto, segna quindici nodi di vento; il mare è appena increspato; se rimane così, dovremmo essere a Stintino verso le due del pomeriggio.
Mentre stiamo lasciando la banchina, dal VHF ci arriva una richiesta di aiuto in francese: qualuno ha dei problemi dalle parti dell'isola di Cavallo e ha lanciato un "PAN", ovvero una richiesta di assistenza. Su questo argomento sono piuttosto ferrato, perché mi ci hanno fregato la prima volta che ho fatto l'esame per la Patente nautica: con assistenza si intende l'aiuto che si dà a un'imbarcazione che non sia in imminente pericolo di naufragio e che sia quindi nelle condizioni di collaborare con i soccorritori; viceversa, il salvataggio è l'aiuto che si presta a un'imbarcazione in imminente pericolo di naufragio o già naufragata. Quando si richiede assistenza, si inizia il messaggio via radio ripetendo tre volte il termine: "PAN"; se si richiede soccorso, in vece, si comincia il messaggio con il termine: "MAYDAY". Nel caso specifico, il "PAN" all'inizio del messaggio indica che il francofono ha solo bisogno di assistenza, il che è un bene, perché l'unica altra cosa che capisco del suo messaggio è la parola: "les enfants"..
Quando usciamo dal fiordo di Santa Teresa, il vento rinforza un po', ma ancora niente di trascendentale. Mentre ci infiliamo le cerate e ci prepariamo a issare la randa, chiedo a Claudio se pensa sia il caso di dare una mano di terzaroli. Lui, che evidentemente vede più in là del mio ottimismo, risponde:
- Meglio due..
Nel canale, il vento è intorno ai venti nodi, con onda media di un metro e treni di tre onde sul metro e mezzo, molto ripide e ravvicinate, sulle quali è piuttosto difficile non far sbattere la prua. Claudio, al timone, ha smesso di sorridere e di parlare; io, al contrario, scopro con una certa sorpresa di essere abbastanza rilassato. Sintetizzo il mio stato d'animo con una battuta:
- Potrebbe andare peggio: potremmo essere in regata..
A mano a mano che ci avviciniamo a Capo Testa, vento e mare aumentano di intensità. La barca, carica di tutto quello che potrà servire alla famiglia dell'armatore durante le vacanze (dal tostapane alla deriva del figlio, caricata a prua, sopra al tender) è molto lenta e continua a sbattere su ogni onda. È più o meno a questo punto che comincio a chiedermi se non stiamo facendo una cazzata.
Non mi preoccupo del mare: Elisa è una barca solida e, come dimostrerà in seguito, può affrontare senza problemi condizioni peggiori di questa; temo piuttosto che, a forza di sbattere, si possa rompere qualcosa. Se ciò avvenisse, e se non fosse possibile ripararlo rapidamente, rischieremmo di rovinare le vacanze a Paolo e alla sua famiglia.
Ne parlo con Claudio e decidiamo di andarci a mettere al ridosso di Capo Testa per un po': quel tanto che servirà a capire se quello squarcio di cielo che vediamo verso ovest sia solo un buco nelle nuvole o la fine dei nostri problemi.
Mentre lui vira e punta verso terra, io vado a prua a preparare l'àncora, scoprendo così che nel gavone di prua, oltre all'àncora e alla sua catena, c'è anche il serbatoio (pieno) del tender, ma non c'è il telecomando del verricello. Torno in pozzetto, ma prima che possa scendere sotto soperta a cercare il telecomando, Claudio mi fa capire che è inutile; il cielo si è richiuso e il vento sta aumentando: dobbiamo rientrare a Santa Teresa.
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lunedì 4 luglio 2011
Per Elisa - Le Bocche di Bonifacio
Arriviamo nelle Bocchie di Bonifacio intorno a mezzogiorno di lunedì 4 luglio, in un'atmosfera surreale: vento assente, mare talmente calmo da fare impressione e una fitta coltre di nebbia che nasconde la costa della Corsica.
Siamo partiti da Cala Galera intorno alle 20:00 di ieri sera, dopo una cena ràpida e sàpida. La navigazione si è svolta senza avvenimenti di rilievo, anche perché di vento ce n'è stato poco e siamo andati sempre a motore, con un po' di randa per stabilizzare la barca. Nelle prime ore della notte, abbiamo avuto un po' di onda di prua, vieppiù fastidiosa perché, mancando la luna, non si vedeva un accidente e non sempre si riusciva ad ammortizzare la caduta della prua con un colpo di timone.
Contrariamente ai programmi, non abbiamo fatto tappa a Solenzara, ma abbiamo tirato dritto perché Claudio, il quarto componente dell'equipaggio, imbarcato ieri sera a Cala Galera, deve rientrare in Italia giovedì, perciò, dobbiamo sbrigarci.
Detto così, potrebbe sembrare una fregatura, visto che l'idea iniziale era di prendersela comoda, ma Claudio è un ottimo marinaio e un ottimo velista (oltre che una piacevole compagnia) e il piacere di averlo a bordo compensa ampiamente il fastidio di non poter chiamare Luigi per dirgli che ho rivisto la brunetta carina del porto di Solenzara. Mentre passiamo vicino Razzoli, mi viene un'idea: E se tirassimo dritto fino a Stintino? Sono "solo" cinquanta miglia; a sei nodi di media, saremo lì in poco più di otto ore. Gasolio, ne abbiamo a sufficienza, le condizioni meteo non potrebbero essere migliori..
Ne parlo con Claudio, che è al timone, ma lui non mi sembra tanto convinto; decidiamo così di fermarci comunque a Santa Teresa per fare il pieno e guardare le previsioni meteo, poi, a seconda di quello che si prevede per domani, decideremo se proseguire o fermarci per la notte.
Sul momento, questa mi sembra una buona idea, mentre, come vedremo, è l'errore più grosso che potessi fare...
Siamo partiti da Cala Galera intorno alle 20:00 di ieri sera, dopo una cena ràpida e sàpida. La navigazione si è svolta senza avvenimenti di rilievo, anche perché di vento ce n'è stato poco e siamo andati sempre a motore, con un po' di randa per stabilizzare la barca. Nelle prime ore della notte, abbiamo avuto un po' di onda di prua, vieppiù fastidiosa perché, mancando la luna, non si vedeva un accidente e non sempre si riusciva ad ammortizzare la caduta della prua con un colpo di timone.
Contrariamente ai programmi, non abbiamo fatto tappa a Solenzara, ma abbiamo tirato dritto perché Claudio, il quarto componente dell'equipaggio, imbarcato ieri sera a Cala Galera, deve rientrare in Italia giovedì, perciò, dobbiamo sbrigarci.
Detto così, potrebbe sembrare una fregatura, visto che l'idea iniziale era di prendersela comoda, ma Claudio è un ottimo marinaio e un ottimo velista (oltre che una piacevole compagnia) e il piacere di averlo a bordo compensa ampiamente il fastidio di non poter chiamare Luigi per dirgli che ho rivisto la brunetta carina del porto di Solenzara. Mentre passiamo vicino Razzoli, mi viene un'idea: E se tirassimo dritto fino a Stintino? Sono "solo" cinquanta miglia; a sei nodi di media, saremo lì in poco più di otto ore. Gasolio, ne abbiamo a sufficienza, le condizioni meteo non potrebbero essere migliori..
Ne parlo con Claudio, che è al timone, ma lui non mi sembra tanto convinto; decidiamo così di fermarci comunque a Santa Teresa per fare il pieno e guardare le previsioni meteo, poi, a seconda di quello che si prevede per domani, decideremo se proseguire o fermarci per la notte.
Sul momento, questa mi sembra una buona idea, mentre, come vedremo, è l'errore più grosso che potessi fare...
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domenica 3 luglio 2011
Per Elisa - Cala Galera
Il treno per Orbetello parte alle 16:19; io e mia moglie scendiamo in strada alle 15:30 e ci guardiamo intorno alla ricerca del taxi che sarebbe dovuto essere già lì ad attenderci.
È la prima domenica di luglio e Roma, a parte i turisti, è deserta; per arrivare alla stazione Ostiense ci vorranno tutt'al più dieci minuti, ma abbiamo preferito non rischiare e abbiamo richiesto il taxi con un buon anticipo.
Il taxi che non c'è.
Chiamiamo l'ottantottoventidue per avere notizie e una centralinista seccata ci fa sapere che "Struzzo 9" è in arrivo entro quattro minuti; dieci minuti dopo, però, nessun animale, esotico o domestico che sia, è comparso all'orizzonte e così chiamiamo di nuovo il servizio taxi. Stavolta la centralinista è un po' meno saccente e acconsente a cambiarci la prenotazione.
"Fanculo 6" arriva, puntuale, quattro minuti dopo, si ferma in mezzo alla strada e scende ad aprire il portellone posteriore, ma si guarda bene dall'aiutarci a mettere dentro le borse, anzi: sembra un po' seccato dal fatto che gli carichiamo le sospensioni posteriori. Come che sia, più o meno alle 16:00 siamo alla stazione Ostiense, rintracciamo Marcello e andiamo a fare i biglietti.
Per quanto sia una persona profondamente contraria allo sciàlo, faccio tre biglietti di prima classe: dal punto di vista economico, la differenza fra la prima e la seconda classe, nei treni regionali per la Toscana, è di tre Euro; dal punto di vista ambientale, invece, la differenza è che in seconda ci fanno pascolare le vacche, mentre in prima, due/tre volte l'anno, una pulita gliela dànno.
Il 2344 arriva puntuale, ma ci riserva una sorpresa: mentre noi ci aspettavamo che fosse pressocché vuoto, le carrozze sono tutte piuttosto affollate, perché ci sono stati dei contrattempi con il treno precedente e tutti quelli che dovevano andare a Civitavecchia per imbarcarsi hanno preso questo.
Vista la situazione, io e Marcello lasciamo mia moglie e i bagagli nel primo scompartimento libero che troviamo e, correndo sulla banchina, scorriamo tutto il treno alla ricerca della prima classe. Quando siamo a un paio di vagoni dalla testa del treno, capiamo che le porte si stanno per chiudere, perciò saltiamo rapidamente a bordo: proseguiremoi la ricerca dall'interno. Facciamo appena in tempo a incunearci nella una massa umana che affolla il predellino, che le porte si chiudono e il treno... rimane fermo sotto il sole.
Il vagone è gremìto, l'aria condizionata non funziona e io comincio a sudare come un piastrellista moldàvo. Vado in bagno a darmi una sciacquata al viso, poi abbandono il povero Marcello nel corridojo, insieme alla squadra vincente del concorso: "Le sette persone di lingua tedesca più grasse del Mondo" e, come un salmone, risalgo gli ultimi vagoni, certo che, di lì a poco, troverò la Terra Promessa della Prima Classe.
Quando il treno finisce, però, tutto quello che trovo è il capotreno, probabilmente un vampiro o un non-morto, che si nasconde dalla luce solare al buio della cabina di guida. Chiedo a Nosferatu dove sia la prima classe, lui mi risponde che è a metà del treno; nascosta bene, ma c'è.
Iràto e sudàto, torno da Marcello, che è già fatto oggetto di cupide occhiate da parte di un'enorme teutonica in abito rosa, e chiamo al telefono mia moglie per dirle di prendere i primi posti che trova, perché non ho la minima fiducia nelle affermazioni del càllido capotreno.
- Alla prossima fermata, scendiamo e torniamo indietro, - dico all'unica persona nello scompartimento che capisca la mia lingua, ma è una pia illusione: la folla che ci aspetta a Roma Trastevere è degna di un fumetto visionario di Druillet e solo alla stazione di San Pietro riusciamo a mettere in atto un ricongiungimento familiare.
Il vagone in cui ci troviamo ora è mediamente affollato, ma per noi scampati al Girone dei Crautòfagi è un piccolo Paradiso, perché non puzza e l'aria condizionata funziona. Sfinito, mi siedo nel posto che mia moglie mi ha conservato e cerco di rilassarmi, ma è una pace di breve durata, perché, un attimo dopo, una Fräulein sui vent'anni, graziosa, ma pingue, decide di sedersi sul bracciolo alla mia sinistra, saturando il mio spazio vitale con il suo derrière. Scartata l'idea di spiegarle che, se si chiamano: "posti a sedere perché di sedere ce ne va uno solo, faccio di necessità virtù e, con un gesto apparentemente cavalleresco, mi alzo e le offro il mio posto. La teutonica sembra intuire - non già in virtù dell'intelletto, ma piuttosto di quell'istinto che è facile ravvisare anche nelle specie animali meno evolute - la natura sarcastica della mia offerta, ma decide che è meglio un posto a sedere sarcastico che farsi in piedi fino a Civitavecchia e così si lascia cadere sul sedile, senza nemmeno una parola di ringraziamento; anzi, con l'aria un po' seccata.
Arriviamo a Civitavecchia con un certo ritardo, perché a Santa Marinella il capotreno, che dev'essere di quelle parti, è sceso ed è andato a far cambiare l'olio alla sua Punto; in compenso, da quel momento in poi, il treno comincia a svuotarsi e si ristabiliscono le condizioni minime per lo sviluppo di organismi basati sulla chimica del carbonio.
Giunti alla stazione di Orbetello, troviamo ad aspettarci la moglie dell'Armatore, perché lui è rimasto in barca per sistemare le ultime cose prima della partenza. La (gentil)donna si chiama Elisa e questa romantica omonimìa fra moglie e barca è una cosa che, quando l'ho scoperta, ha colpito molto la mia fantasia al punto che sono stato lì lì per fare altrettanto; sfortunatamente, però, mia moglie, non ha voluto per nessun motivo cambiare il suo nome in: "Suppergiù", quindi ho dovuto rinunciare.
La strada da Orbetello a Cala Galera mi ricorda qualcosa, anche se non saprei dire cosa; il guardiano all'ingresso di Cala Galera, che ci fa perdere tempo per un eccesso di zelo e una mancanza di duttilità, invece, lo so benissimo chi mi ricorda: un po' il capotreno del 2344, un po' me stesso, tre anni fa. Per fortuna, però, Elisa è un osso troppo duro per un simile sottoprodotto dell'endogamia maremmana: con educata fermezza vince la reticenza dello sbarratore e, pochi secondi dopo, deposita noi e i nostri bagagli all'inizio della banchina dov'è ormeggiata la sua omonima.
L'avventura, comincia.
Il taxi che non c'è.
Chiamiamo l'ottantottoventidue per avere notizie e una centralinista seccata ci fa sapere che "Struzzo 9" è in arrivo entro quattro minuti; dieci minuti dopo, però, nessun animale, esotico o domestico che sia, è comparso all'orizzonte e così chiamiamo di nuovo il servizio taxi. Stavolta la centralinista è un po' meno saccente e acconsente a cambiarci la prenotazione.
"Fanculo 6" arriva, puntuale, quattro minuti dopo, si ferma in mezzo alla strada e scende ad aprire il portellone posteriore, ma si guarda bene dall'aiutarci a mettere dentro le borse, anzi: sembra un po' seccato dal fatto che gli carichiamo le sospensioni posteriori. Come che sia, più o meno alle 16:00 siamo alla stazione Ostiense, rintracciamo Marcello e andiamo a fare i biglietti.
Per quanto sia una persona profondamente contraria allo sciàlo, faccio tre biglietti di prima classe: dal punto di vista economico, la differenza fra la prima e la seconda classe, nei treni regionali per la Toscana, è di tre Euro; dal punto di vista ambientale, invece, la differenza è che in seconda ci fanno pascolare le vacche, mentre in prima, due/tre volte l'anno, una pulita gliela dànno.
Il 2344 arriva puntuale, ma ci riserva una sorpresa: mentre noi ci aspettavamo che fosse pressocché vuoto, le carrozze sono tutte piuttosto affollate, perché ci sono stati dei contrattempi con il treno precedente e tutti quelli che dovevano andare a Civitavecchia per imbarcarsi hanno preso questo.
Vista la situazione, io e Marcello lasciamo mia moglie e i bagagli nel primo scompartimento libero che troviamo e, correndo sulla banchina, scorriamo tutto il treno alla ricerca della prima classe. Quando siamo a un paio di vagoni dalla testa del treno, capiamo che le porte si stanno per chiudere, perciò saltiamo rapidamente a bordo: proseguiremoi la ricerca dall'interno. Facciamo appena in tempo a incunearci nella una massa umana che affolla il predellino, che le porte si chiudono e il treno... rimane fermo sotto il sole.
Il vagone è gremìto, l'aria condizionata non funziona e io comincio a sudare come un piastrellista moldàvo. Vado in bagno a darmi una sciacquata al viso, poi abbandono il povero Marcello nel corridojo, insieme alla squadra vincente del concorso: "Le sette persone di lingua tedesca più grasse del Mondo" e, come un salmone, risalgo gli ultimi vagoni, certo che, di lì a poco, troverò la Terra Promessa della Prima Classe.
Quando il treno finisce, però, tutto quello che trovo è il capotreno, probabilmente un vampiro o un non-morto, che si nasconde dalla luce solare al buio della cabina di guida. Chiedo a Nosferatu dove sia la prima classe, lui mi risponde che è a metà del treno; nascosta bene, ma c'è.
Iràto e sudàto, torno da Marcello, che è già fatto oggetto di cupide occhiate da parte di un'enorme teutonica in abito rosa, e chiamo al telefono mia moglie per dirle di prendere i primi posti che trova, perché non ho la minima fiducia nelle affermazioni del càllido capotreno.
- Alla prossima fermata, scendiamo e torniamo indietro, - dico all'unica persona nello scompartimento che capisca la mia lingua, ma è una pia illusione: la folla che ci aspetta a Roma Trastevere è degna di un fumetto visionario di Druillet e solo alla stazione di San Pietro riusciamo a mettere in atto un ricongiungimento familiare.
Il vagone in cui ci troviamo ora è mediamente affollato, ma per noi scampati al Girone dei Crautòfagi è un piccolo Paradiso, perché non puzza e l'aria condizionata funziona. Sfinito, mi siedo nel posto che mia moglie mi ha conservato e cerco di rilassarmi, ma è una pace di breve durata, perché, un attimo dopo, una Fräulein sui vent'anni, graziosa, ma pingue, decide di sedersi sul bracciolo alla mia sinistra, saturando il mio spazio vitale con il suo derrière. Scartata l'idea di spiegarle che, se si chiamano: "posti a sedere perché di sedere ce ne va uno solo, faccio di necessità virtù e, con un gesto apparentemente cavalleresco, mi alzo e le offro il mio posto. La teutonica sembra intuire - non già in virtù dell'intelletto, ma piuttosto di quell'istinto che è facile ravvisare anche nelle specie animali meno evolute - la natura sarcastica della mia offerta, ma decide che è meglio un posto a sedere sarcastico che farsi in piedi fino a Civitavecchia e così si lascia cadere sul sedile, senza nemmeno una parola di ringraziamento; anzi, con l'aria un po' seccata.
Arriviamo a Civitavecchia con un certo ritardo, perché a Santa Marinella il capotreno, che dev'essere di quelle parti, è sceso ed è andato a far cambiare l'olio alla sua Punto; in compenso, da quel momento in poi, il treno comincia a svuotarsi e si ristabiliscono le condizioni minime per lo sviluppo di organismi basati sulla chimica del carbonio.
Giunti alla stazione di Orbetello, troviamo ad aspettarci la moglie dell'Armatore, perché lui è rimasto in barca per sistemare le ultime cose prima della partenza. La (gentil)donna si chiama Elisa e questa romantica omonimìa fra moglie e barca è una cosa che, quando l'ho scoperta, ha colpito molto la mia fantasia al punto che sono stato lì lì per fare altrettanto; sfortunatamente, però, mia moglie, non ha voluto per nessun motivo cambiare il suo nome in: "Suppergiù", quindi ho dovuto rinunciare.
La strada da Orbetello a Cala Galera mi ricorda qualcosa, anche se non saprei dire cosa; il guardiano all'ingresso di Cala Galera, che ci fa perdere tempo per un eccesso di zelo e una mancanza di duttilità, invece, lo so benissimo chi mi ricorda: un po' il capotreno del 2344, un po' me stesso, tre anni fa. Per fortuna, però, Elisa è un osso troppo duro per un simile sottoprodotto dell'endogamia maremmana: con educata fermezza vince la reticenza dello sbarratore e, pochi secondi dopo, deposita noi e i nostri bagagli all'inizio della banchina dov'è ormeggiata la sua omonima.
L'avventura, comincia.
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Per Elisa - Prodromi
Il Velista Mascherato è in partenza.
Gli è stato chiesto di trasferire Elisa, un Grand Soleil 46 dall'Argentario alle Baleari.
È una rotta che il nostro eroe conosce già: due anni or sono, proprio in questo periodo, riportò in Patria un X35 da Palma di Majorca.
Fu quello il suo "Primo Comando" (cfr. O'Brian) e la più grossa soddisfazione che ebbe, quando alla fine sorse il sole, la mattina dell'arrivo, fu di vedere il faro di Fiumicino, dritto davanti alla sua prua. (*).
Il programma prevede: prima tappa a Solenzara (Corsica), dove si spera che ci sia ancora la brunetta carina negli uffici del porto; poi, se il tempo lo consente, Stintino o S.Teresa in alternativa. Arrivati a Stintino, si aspetteranno due giorni di tempo buono e si partirà per Port Mahon (ri-cfr. O'Brian): circa 190 miglia nautiche, in un tratto di mare dove o non c'è vento o ce n'è troppo.
Vi terrò aggiornati.
Gli è stato chiesto di trasferire Elisa, un Grand Soleil 46 dall'Argentario alle Baleari.
È una rotta che il nostro eroe conosce già: due anni or sono, proprio in questo periodo, riportò in Patria un X35 da Palma di Majorca.
Fu quello il suo "Primo Comando" (cfr. O'Brian) e la più grossa soddisfazione che ebbe, quando alla fine sorse il sole, la mattina dell'arrivo, fu di vedere il faro di Fiumicino, dritto davanti alla sua prua. (*).
Il programma prevede: prima tappa a Solenzara (Corsica), dove si spera che ci sia ancora la brunetta carina negli uffici del porto; poi, se il tempo lo consente, Stintino o S.Teresa in alternativa. Arrivati a Stintino, si aspetteranno due giorni di tempo buono e si partirà per Port Mahon (ri-cfr. O'Brian): circa 190 miglia nautiche, in un tratto di mare dove o non c'è vento o ce n'è troppo.
Vi terrò aggiornati.
* Occorre precisare, a che quest'ultima affermazione possa essere oggetto di vanto, che il nostro eroe, in quel caso, non aveva un GPS cartografico, ma solo numerico e la rotta l'aveva fatta con le carte nautiche; occorre precisare, inoltre, che la sua destinazione era effettivamente Fiumicino; non Ravenna o l'Elba..
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sabato 18 giugno 2011
Il tempo di una gestazione - prima parte
Quando, a ottobre, il CAT 38 del Velista Mascherato era stato tratto in secco per l'inverno, il nostro eroe aveva scritto su un foglio di carta tutte le cose che andavano fatte: quelle che erano state rimandate per poter utilizzare subito la barca e quelle che erano uscite fuori utilizzandola; da novembre in poi, tutti i sabati, compatibilmente con gli impegni laseristici, li aveva passati al circolo a lavorare.
Per prima cosa, aveva provato ad ammainare il genoa, scoprendo che la testa girevole del rolla-fiocco (per capirsi: il "coso" a cui si aggancia il punto di scotta della vela) scendeva di circa un metro, poi, però, non veniva più giù, né con lo strallo teso, né con lo strallo lento e nemmeno se, ormai stremati e incattiviti, ci si accaniva sul winch, cercando di strappare via tutto.
Smontato l'avvolgi-fiocco, si era scoperto che il tamburo aveva perso buona parte delle sfere di rotolamento e che i profili in cui era inferita la vela, oltre che scalcagnati, erano più grandi del necessario. Questo, oltre che il blocco della testa girevole, spiegava anche come mai il rolla-fiocco avesse la bizzarra tendenza di bloccarsi si solito nei momenti in cui si aveva più bisogno di lui.
Sostituito l'avvolgi-fiocco traditore con un Bamar GFM (meglio non indagare sul significato di questa sigla..), era cominciata la lunga battaglia con i serbatoj dell'acqua.
Scoperta una perdita nei giunti in PVC che univano i due serbatoj della barca e ne smistavano il flusso ai varii servizi, il Velista Mascherato aveva pensato bene di buttare via tutto e rifarlo daccapo: una buona idea, se non fosse stato che giunti di quel tipo non se ne fanno più ormai da una decina di anni.
"Poco male," aveva pensato il nostro eroe. "Rifaccio tutto in ottone: costerà un po' di più, ma almeno risolvo il problema una volta per tutte!"
Rifare il giunto centrale non era stato un problema; al contrario, trovare un sistema per far fare un angolo retto ai tubi che uscivano dai serbatoj aveva richiesto tutto l'inverno. Scartati i tubi di gomma (sia normali che retinati); scartati gli snodi in PVC per impianti elettrici; scartati i tubi corrugati; scartati i tubi con spirale di acciajo, la soluzione, ovvia, rapida e (relativamente) a basso costo, l'aveva trovata Sergio: far fare due snodi in acciaio dal fabbro di fronte al cantiere.
Meno di cinquanta euro di spesa e il problema era elegantemente risolto: finalmente, il nostro eroe poteva dedicarsi al problema dei cuscini..
Per prima cosa, aveva provato ad ammainare il genoa, scoprendo che la testa girevole del rolla-fiocco (per capirsi: il "coso" a cui si aggancia il punto di scotta della vela) scendeva di circa un metro, poi, però, non veniva più giù, né con lo strallo teso, né con lo strallo lento e nemmeno se, ormai stremati e incattiviti, ci si accaniva sul winch, cercando di strappare via tutto.
Smontato l'avvolgi-fiocco, si era scoperto che il tamburo aveva perso buona parte delle sfere di rotolamento e che i profili in cui era inferita la vela, oltre che scalcagnati, erano più grandi del necessario. Questo, oltre che il blocco della testa girevole, spiegava anche come mai il rolla-fiocco avesse la bizzarra tendenza di bloccarsi si solito nei momenti in cui si aveva più bisogno di lui.
Sostituito l'avvolgi-fiocco traditore con un Bamar GFM (meglio non indagare sul significato di questa sigla..), era cominciata la lunga battaglia con i serbatoj dell'acqua.
Scoperta una perdita nei giunti in PVC che univano i due serbatoj della barca e ne smistavano il flusso ai varii servizi, il Velista Mascherato aveva pensato bene di buttare via tutto e rifarlo daccapo: una buona idea, se non fosse stato che giunti di quel tipo non se ne fanno più ormai da una decina di anni.
"Poco male," aveva pensato il nostro eroe. "Rifaccio tutto in ottone: costerà un po' di più, ma almeno risolvo il problema una volta per tutte!"
Rifare il giunto centrale non era stato un problema; al contrario, trovare un sistema per far fare un angolo retto ai tubi che uscivano dai serbatoj aveva richiesto tutto l'inverno. Scartati i tubi di gomma (sia normali che retinati); scartati gli snodi in PVC per impianti elettrici; scartati i tubi corrugati; scartati i tubi con spirale di acciajo, la soluzione, ovvia, rapida e (relativamente) a basso costo, l'aveva trovata Sergio: far fare due snodi in acciaio dal fabbro di fronte al cantiere.
Meno di cinquanta euro di spesa e il problema era elegantemente risolto: finalmente, il nostro eroe poteva dedicarsi al problema dei cuscini..
venerdì 17 giugno 2011
L'informatore farmaceutico
Elenco di séguito alcune attività che NON fanno passare la bronchite:
A. andare in bicicletta a villa Pamphili;
B. andare a correre;
C. girare in moto;
D. andare in Laser e scuffiare;
E. ritirare le vele di un CAT 38 dal velajo, facendo una sudata inaudita per caricarle sulla moto (cfr. punto C);
F. pulire tutta la cabina di poppa di un CAT 38 (prima con acqua e aceto, poi arrendersi, capire che acqua e aceto sarà anche a basso impatto ambientale, ma non pulisce una ceppa e inondarla di Amuchina spray);
G. rimontare trasto e carrello di randa di un CAT 38, armare le volanti, sbarcare la vecchia zattera autogonfiabile, pulire la coperta con la pompa quando il sole ormai sta tramontando e farsi la doccia con la suddetta pompa quando è già buio;
H. fumare sigari Toscani;
I. fumare la pipa.
Oh! quasi dimenticavo:
L. l'Aspirina.
A. andare in bicicletta a villa Pamphili;
B. andare a correre;
C. girare in moto;
D. andare in Laser e scuffiare;
E. ritirare le vele di un CAT 38 dal velajo, facendo una sudata inaudita per caricarle sulla moto (cfr. punto C);
F. pulire tutta la cabina di poppa di un CAT 38 (prima con acqua e aceto, poi arrendersi, capire che acqua e aceto sarà anche a basso impatto ambientale, ma non pulisce una ceppa e inondarla di Amuchina spray);
G. rimontare trasto e carrello di randa di un CAT 38, armare le volanti, sbarcare la vecchia zattera autogonfiabile, pulire la coperta con la pompa quando il sole ormai sta tramontando e farsi la doccia con la suddetta pompa quando è già buio;
H. fumare sigari Toscani;
I. fumare la pipa.
Oh! quasi dimenticavo:
L. l'Aspirina.
Categorie:
Cat 38
domenica 12 giugno 2011
Medicina alternativa
Vi siete mai chiesti come mai si utilizzi lo stesso verbo ("contrarre"), sia per il matrimonio che per la malaria?
No, non è l'ennesima dimostrazione della mia abilità nel fare dei giochini con la lingua (un'abilità che mi identifica come il più promettente epigone di Voltaire, Karl Kraus e Max Sweenney di The "L" Word) e ve lo dimostro con un altro esempio grammaticale: i cosiddetti sostantivi difettivi.
In Italiano, i sostantivi difettivi sono quei sostantivi che difettano (appunto) o della forma plurale o della forma singolare; tipico esempio: "LE nozze" (non esiste: "LA nozza").
Quali sono gli altri sostantivi difettivi?.. È facile: la maggior parte delle malattie infettive (IL morbillo, LA varicella, GLI orecchioni) e, ovviamente, LE esequie..
Tutto ciò per dirvi che il Velista Mascherato, dopo essere sopravvissuto indenne all'autunno e all'inverno, a pochi giorni dall'inizio dell'estate ha contratto (appunto) una clamorosa bronchite, che gli è stata trasmessa da sua con-sorte.
Da sempre contrario alla medicina tradizionale, ha provato dapprima a curarsi con un bel giro in bicicletta a Villa Panphili.
"Faccio una bella sudata e passa tutto!", ha pensato il nostro eroe e, in effetti, sudare, ha sudato, ma non è passato un bel niente.
"Ovvio!" si è detto l'Espettòre Derrik. "Se mi sono ammalato è perché in questo periodo sto lavorando troppo: domani pomeriggio mollo tutto e me ne vado a fare qualche lavoretto alla barca: mezza giornata al sole, invece che chiuso in ufficio, e vedrai che passa tutto!"
Nuovamente sconfitto dalla brutale realtà, il nostro eroe ha tentato il tutto per tutto e, per quanto malconcio, si è presentato all'allenamento domenicale al lago.
"Vado in Laser," ha pensato. "Così, o guarisco, o muoio!"
Morire, non è morto, ma, certo, non è guarito.
Qualcuno ha un'Aspirina?
No, non è l'ennesima dimostrazione della mia abilità nel fare dei giochini con la lingua (un'abilità che mi identifica come il più promettente epigone di Voltaire, Karl Kraus e Max Sweenney di The "L" Word) e ve lo dimostro con un altro esempio grammaticale: i cosiddetti sostantivi difettivi.
In Italiano, i sostantivi difettivi sono quei sostantivi che difettano (appunto) o della forma plurale o della forma singolare; tipico esempio: "LE nozze" (non esiste: "LA nozza").
Quali sono gli altri sostantivi difettivi?.. È facile: la maggior parte delle malattie infettive (IL morbillo, LA varicella, GLI orecchioni) e, ovviamente, LE esequie..
Tutto ciò per dirvi che il Velista Mascherato, dopo essere sopravvissuto indenne all'autunno e all'inverno, a pochi giorni dall'inizio dell'estate ha contratto (appunto) una clamorosa bronchite, che gli è stata trasmessa da sua con-sorte.
Da sempre contrario alla medicina tradizionale, ha provato dapprima a curarsi con un bel giro in bicicletta a Villa Panphili.
"Faccio una bella sudata e passa tutto!", ha pensato il nostro eroe e, in effetti, sudare, ha sudato, ma non è passato un bel niente.
"Ovvio!" si è detto l'Espettòre Derrik. "Se mi sono ammalato è perché in questo periodo sto lavorando troppo: domani pomeriggio mollo tutto e me ne vado a fare qualche lavoretto alla barca: mezza giornata al sole, invece che chiuso in ufficio, e vedrai che passa tutto!"
Nuovamente sconfitto dalla brutale realtà, il nostro eroe ha tentato il tutto per tutto e, per quanto malconcio, si è presentato all'allenamento domenicale al lago.
"Vado in Laser," ha pensato. "Così, o guarisco, o muoio!"
Morire, non è morto, ma, certo, non è guarito.
Qualcuno ha un'Aspirina?
Categorie:
Allenamento,
Bracciano,
Laser,
Video
domenica 15 maggio 2011
Moist Riders (in the sky)
Secondo un'antica leggenda suméra, in certe domeniche di maggio, quando il Libeccio rende l'aria appiccicosa e oscura il cielo con nuvole color del piombo scacciando ogni ricordo della primavera appena iniziata, guardando il lago
con il tipo giusto di occhi, è possibile vedere cinque Laser rincorrersi fra le onde, avvolti dagli spruzzi d'acqua come una sposa dall'organzìna del suo velo.
Sono i Moist Riders, creature soprannaturali, evocate dalla furia degli elementi: insensibili alle lusinghe agonistiche, essi bràmano emozioni forti e non si fanno tema di pagarle con l'umida moneta della scuffiata.
Li guìda colui che i Maya chiamavano: "Il Velista Mascherato" o anche: "Il Vòmere dei fondàli". Metà uomo e metà pesce (per il tempo che ha passato in acqua) esso è convinto di essere il più veloce del gruppo, ma non sa che, se gli altri rimangono dietro di lui, è solo per farsi riprendere dalla sua videocamera.
Sono i Moist Riders, creature soprannaturali, evocate dalla furia degli elementi: insensibili alle lusinghe agonistiche, essi bràmano emozioni forti e non si fanno tema di pagarle con l'umida moneta della scuffiata.
Li guìda colui che i Maya chiamavano: "Il Velista Mascherato" o anche: "Il Vòmere dei fondàli". Metà uomo e metà pesce (per il tempo che ha passato in acqua) esso è convinto di essere il più veloce del gruppo, ma non sa che, se gli altri rimangono dietro di lui, è solo per farsi riprendere dalla sua videocamera.
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Allenamento,
Bracciano,
Laser,
Video
domenica 8 maggio 2011
Accaddì
Riassunto delle puntate precedenti: Il Velista Mascherato ha trascorso la Pasqua in Sardegna, ospite, sul fronte alimentare, della famiglia di sua Moglie e, sul fronte velistico, dello Yacht Club Cagliari.
Da questa trasferta isolana, il nostro eroe ha tratto molteplici insegnamenti: in primo luogo, che le melanzane fritte con l'uovo sono un piatto leggero (così, almeno, afferma Zia Adele...), ma soprattutto che, per essere un buon laserista, non è necessario avere la barca trasandata come il furgone di un piastrellàro moldàvo.
Nota dolente: la video-camera GoPro, che ne aveva documentato le gesta negli ultimi mesi, ha trovato una prematura fine durante il recupero (del recupero) della regata del 27 febbraio a Santa Marinella..
Da quando l'abbiamo lasciato, il 17 aprile u.s., il nostro eroe ha apportato svariate modifiche alla sua imbarcazione: ha sostituito i bozzelli Harken del tesa-base e del cunningham con dei futuribili Orbit della Ronstan (diametro maggiorato, cuscinetti a sfere, leggerissimi); ha permutato la deriva e il timone originali con i nuovi modelli in vetroresina epossidica (vibrazioni, addio!); ha impiombato tutte le cime che è riuscito a impiombare (studio preventivo delle regole di stazza, sia in Inglese che in Italiano) e, dulcis in fundo, grazie alle munificienza del Professore Mascherato, ha potuto installare a prua una nuovissima video-camera GoPro ad alta definizione!
In questo vortice di mutamenti, c'è solo una cosa, che non è cambiata...
Da questa trasferta isolana, il nostro eroe ha tratto molteplici insegnamenti: in primo luogo, che le melanzane fritte con l'uovo sono un piatto leggero (così, almeno, afferma Zia Adele...), ma soprattutto che, per essere un buon laserista, non è necessario avere la barca trasandata come il furgone di un piastrellàro moldàvo.
Nota dolente: la video-camera GoPro, che ne aveva documentato le gesta negli ultimi mesi, ha trovato una prematura fine durante il recupero (del recupero) della regata del 27 febbraio a Santa Marinella..
Da quando l'abbiamo lasciato, il 17 aprile u.s., il nostro eroe ha apportato svariate modifiche alla sua imbarcazione: ha sostituito i bozzelli Harken del tesa-base e del cunningham con dei futuribili Orbit della Ronstan (diametro maggiorato, cuscinetti a sfere, leggerissimi); ha permutato la deriva e il timone originali con i nuovi modelli in vetroresina epossidica (vibrazioni, addio!); ha impiombato tutte le cime che è riuscito a impiombare (studio preventivo delle regole di stazza, sia in Inglese che in Italiano) e, dulcis in fundo, grazie alle munificienza del Professore Mascherato, ha potuto installare a prua una nuovissima video-camera GoPro ad alta definizione!
In questo vortice di mutamenti, c'è solo una cosa, che non è cambiata...
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